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Neofobia alimentare, perché i bambini rifiutano i cibi nuovi

Oltre otto bambini su dieci mostrano una diffidenza almeno intermedia verso gli alimenti nuovi: gli esperti suggeriscono pazienza, ripetizione, coinvolgimento e un clima sereno per aiutare i più piccoli a costruire un rapporto positivo con il cibo

by Nora Taylor
neofobia alimentare bambini ph ai

Broccoli nel piatto, uno sguardo deciso verso mamma o papà e una risposta che sembra chiudere immediatamente ogni possibilità di trattativa: «Questo non lo mangio». Molte famiglie riconoscono perfettamente questa scena, soprattutto quando il bambino si trova davanti a un alimento mai assaggiato oppure a una preparazione diversa da quelle che conosce. Dietro quel rifiuto, però, spesso non c’è soltanto un capriccio. Gli esperti parlano di neofobia alimentare, un fenomeno caratterizzato dalla diffidenza e dalla riluttanza verso cibi nuovi o poco familiari.

La neofobia può comparire durante la crescita e può rendere più complicato ampliare la varietà degli alimenti presenti nella dieta quotidiana. Un bambino può infatti accettare senza problemi ciò che conosce e reagire invece con decisione davanti a un ingrediente nuovo. Il rifiuto di un alimento non significa automaticamente che esista un disturbo alimentare e non richiede necessariamente una risposta drastica da parte dei genitori. Occorre piuttosto comprendere il comportamento e accompagnare il bambino con gradualità, senza trasformare ogni pasto in una sfida.

La diffidenza verso i cibi nuovi riguarda molti bambini

Una ricerca del CREA, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ha evidenziato una presenza molto significativa della neofobia alimentare tra i bambini italiani. Nel campione analizzato, l’85,4% dei bambini presentava un livello intermedio o alto di neofobia alimentare. Il dato nasce dalla somma dei bambini con un livello intermedio e di quelli con un livello elevato e riguarda quindi il campione preso in esame, non l’intera popolazione infantile italiana.

La ricerca ha inoltre osservato un’associazione tra una maggiore diffidenza verso gli alimenti nuovi e una minore aderenza alla dieta mediterranea. Frutta, verdura e legumi possono incontrare maggiori difficoltà proprio perché alcuni bambini tendono a preferire alimenti già conosciuti e prevedibili. Il risultato offre ai genitori un elemento importante su cui riflettere: la varietà alimentare non sempre nasce spontaneamente e può richiedere un percorso graduale di familiarizzazione.

Neofobia e selettività, tuttavia, non indicano la stessa cosa. Un bambino selettivo può consumare una quantità limitata di alimenti ma accettare comunque di provare qualcosa di nuovo. Un bambino neofobico, invece, può mostrare soprattutto una forte diffidenza verso ciò che non conosce. I due fenomeni possono anche comparire insieme, ma non rappresentano sinonimi. Questa distinzione aiuta a evitare interpretazioni semplicistiche e permette alle famiglie di osservare con maggiore attenzione il comportamento del bambino.

Il gusto cambia anche attraverso l’esperienza

La ricerca scientifica ha inoltre analizzato il ruolo dell’educazione alimentare nel miglioramento delle abitudini dei bambini. Uno studio pubblicato su Scientific Reports dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma ha valutato l’utilizzo di Nutripiatto con un gruppo di bambini italiani tra i 6 e i 10 anni, coinvolgendo Lazio, Piemonte e Sicilia.

Il progetto ha seguito le abitudini alimentari dei partecipanti all’inizio del percorso e dopo due mesi. I bambini hanno utilizzato Nutripiatto anche a casa e hanno partecipato ad attività di educazione alimentare calibrate sulla loro età. I ricercatori hanno osservato cambiamenti in diversi comportamenti alimentari, tra cui una maggiore presenza di alcuni alimenti e una crescita del consumo di acqua, insieme a una riduzione della sedentarietà.

Lo studio presenta comunque alcuni limiti metodologici che occorre considerare. I ricercatori hanno raccolto le informazioni sulle abitudini alimentari attraverso questionari compilati dai caregiver e non hanno utilizzato un gruppo di controllo. Per questo motivo, i risultati mostrano un’associazione positiva con il percorso educativo, ma non permettono di attribuire automaticamente ogni cambiamento al solo utilizzo di Nutripiatto.

Tra gli autori della ricerca figurano Chiara Spiezia, Claudia Di Rosa, Martina Monticone, Greta Lattanzi, Francesca La Farina, Laura De Gara e Yeganeh Manon Khazrai. Il lavoro rafforza comunque l’attenzione sull’importanza dell’educazione alimentare e sulla possibilità di intervenire sulle abitudini attraverso strumenti semplici e adatti ai bambini.

Primo consiglio: riproporre senza costringere

Il primo suggerimento degli esperti riguarda la ripetizione. Un alimento nuovo può incontrare un rifiuto iniziale senza che questo significhi un rifiuto definitivo. Riproporre lo stesso alimento in momenti diversi può aiutare il bambino a sviluppare familiarità con sapore, profumo, consistenza e aspetto. Il genitore non deve però trasformare la riproposizione in un obbligo.

La letteratura scientifica ha analizzato il ruolo dell’esposizione ripetuta nella costruzione delle preferenze alimentari e indica che possono servire numerosi incontri con un alimento prima che un bambino decida di accettarlo. Per questo motivo, un primo «no» non dovrebbe necessariamente chiudere la questione. Anche il secondo o il terzo tentativo possono fallire senza compromettere il percorso.

La strategia consiste quindi nel continuare a offrire l’alimento, mantenendo però un atteggiamento tranquillo. Proporre non significa obbligare e incoraggiare non significa forzare. Questa differenza può contribuire a mantenere positivo il rapporto tra bambino e cibo.

Secondo consiglio: trasformare la cucina in un gioco

Il secondo suggerimento riguarda il coinvolgimento dei bambini nella preparazione dei pasti. Lavare una verdura, sistemare alcuni ingredienti, mescolare un impasto, scegliere tra due alimenti oppure aiutare a preparare una ricetta permette al bambino di conoscere il cibo prima ancora di trovarselo nel piatto.

La cucina può diventare uno spazio di scoperta invece di un campo di battaglia. Il bambino può osservare forme e colori, annusare gli ingredienti e imparare a riconoscerli attraverso l’esperienza diretta. Non occorre pretendere che assaggi immediatamente ciò che ha contribuito a preparare: anche il semplice contatto con un alimento può rappresentare un passo verso una maggiore familiarità.

Terzo consiglio: dare il buon esempio a tavola

Il comportamento degli adulti svolge un ruolo importante nelle abitudini alimentari dei più piccoli. I bambini osservano ciò che fanno i genitori e spesso imparano anche attraverso l’imitazione. Se gli adulti consumano con naturalezza frutta, verdura, legumi e altri alimenti, il bambino può incontrare meno ostacoli quando li ritrova nel proprio piatto.

L’esempio quotidiano può parlare più delle raccomandazioni ripetute durante ogni pasto. Una famiglia che mangia insieme e mostra curiosità verso alimenti differenti crea un contesto nel quale il bambino può sentirsi più libero di osservare e sperimentare. Anche questo percorso richiede tempo, perché ogni bambino sviluppa le proprie preferenze con ritmi differenti.

Quarto consiglio: raccontare la storia degli ingredienti

Un alimento può diventare più interessante anche quando il bambino scopre qualcosa sulla sua origine. Raccontare da quale Paese arriva un ingrediente, come cresce, come lo utilizzano altre popolazioni o quale tradizione culinaria lo accompagna può trasformare un prodotto sconosciuto in una piccola occasione di esplorazione.

Questo approccio assume un significato ancora maggiore in una società sempre più multiculturale. Le famiglie italiane possono avere origini, abitudini e tradizioni alimentari differenti e la tavola può diventare un luogo nel quale queste culture convivono. Conoscere un alimento significa anche scoprire la cultura che lo utilizza.

Quinto consiglio: niente battaglie durante i pasti

Il quinto suggerimento riguarda l’atmosfera. Urla, ricatti, minacce e pressioni possono aumentare la tensione e trasformare il momento del pasto in un’esperienza negativa. Un ambiente sereno, invece, lascia maggiore spazio alla curiosità e permette al bambino di avvicinarsi gradualmente a ciò che ancora non conosce.

La tavola non dovrebbe diventare un luogo nel quale il bambino deve dimostrare qualcosa. Il pasto può rappresentare un momento di dialogo, condivisione e scoperta. Lasciare spazio alla conversazione e mantenere un atteggiamento tranquillo può aiutare a ridurre la pressione che spesso accompagna il rifiuto di un alimento.

Nutripiatto Senza Confini amplia il modello

Su questa impostazione si inserisce anche Nutripiatto Senza Confini, evoluzione del progetto Nutripiatto sviluppato da Nestlé con il contributo scientifico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della SIPPS, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale.

Il nuovo modello unisce i principi della dieta mediterranea a ingredienti e tradizioni culinarie provenienti da diverse culture. Quinoa, tofu, fagioli neri, lenticchie rosse, okra, pak-choi e altri ingredienti possono affiancare alimenti della tradizione mediterranea, offrendo alle famiglie nuove possibilità per costruire pasti equilibrati.

Nutripiatto Senza Confini non punta a sostituire le tradizioni familiari, ma a integrarle con un modello alimentare equilibrato e inclusivo. Il progetto, presentato nel corso del Congresso Nazionale della SIPPS, affronta anche il rapporto tra educazione alimentare e multiculturalità, proponendo uno strumento pensato per accompagnare bambini e famiglie nella quotidianità.

La pazienza resta l’ingrediente più importante

La neofobia alimentare, quindi, non richiede necessariamente soluzioni drastiche. Il percorso suggerito dagli esperti parte soprattutto dalla pazienza, dalla continuità e dalla capacità degli adulti di evitare pressioni inutili. Riproporre un alimento, coinvolgere il bambino nella preparazione, dare il buon esempio, raccontare la storia degli ingredienti e creare un’atmosfera serena rappresentano cinque strategie semplici che possono favorire un rapporto più positivo con il cibo.

Un bambino che oggi rifiuta un alimento potrebbe accettarlo in futuro dopo averlo incontrato diverse volte. Il rifiuto iniziale non determina necessariamente il gusto definitivo del bambino. Il percorso può richiedere tempo, tentativi e una buona dose di pazienza da parte degli adulti.

La vera sfida, dunque, non consiste nel convincere il bambino a mangiare immediatamente tutto ciò che compare sulla tavola. Consiste piuttosto nell’aiutarlo a sviluppare curiosità, familiarità e fiducia verso ciò che ancora non conosce. Educare il gusto significa accompagnare il bambino alla scoperta della varietà senza trasformare il cibo in una fonte di conflitto.

A cura di Nora Taylor
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