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Tra afa e servizi ridotti: la prova dei caregiver

I recenti dati accademici e di settore evidenziano un divario crescente tra domanda e offerta di assistenza: come l'integrazione di teleassistenza, consulenza sociosanitaria e nuove forme di welfare aziendale può supportare i caregiver nei momenti di maggiore difficoltà

by Davide Cannata
Caregiver ph Pexels

La stagione estiva, comunemente considerata una fase di meritato riposo, si trasforma nei mesi più caldi in un banco di prova particolarmente severo per una quota consistente della popolazione. Nelle città progressivamente svuotate, oltre 7 milioni di persone in Italia affrontano una quotidianità resa ancora più complessa dalla contrazione dei presidi socioassistenziali. La chiusura programmata dei centri diurni, le ferie degli operatori domiciliari e la minore presenza di parenti e vicini generano un vuoto improvviso. In questo contesto, i caregiver familiari non utilizzano il periodo estivo per recuperare le energie, ma per sostituirsi direttamente a una rete di servizi territoriali a regime ridotto.

L’isolamento estivo dei caregiver in Italia e l’emergenza caldo

Guja Ventura ph Press

Guja Ventura ph Press

A delineare i tratti strutturali di questo fenomeno è Guja Ventura, Chief Operations Officer di International Care Company (ICC), realtà specializzata nei servizi di assistenza alla persona:

«Il quadro nazionale attualmente restituisce la fotografia di un Paese che sul piano demografico sta invecchiando sempre di più. Al contempo si contrae la dimensione dei nuclei familiari e si sfilaccia inevitabilmente la rete di assistenza e reciproco supporto. I caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni e prevalentemente donne nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni. Su di loro gravano inoltre impegni lavorativi, personali, oltre che familiari. C’è chi presta assistenza in modo continuativo e chi invece deve barcamenarsi tra il lavoro e le esigenze di un familiare da assistere.»

Il profilo predominante riguarda donne collocate nella fascia anagrafica tra i 45 e i 64 anni, divise tra professione, gestione della casa e cura continuativa di genitori anziani, partner con malattie croniche o congiunti con disabilità. Per molte di loro l’estate si traduce nella rinuncia a qualsiasi vacanza per far fronte all’assenza temporanea del personale di supporto. A peggiorare una routine già pesante intervengono le ondate di calore, che moltiplicano per soggetti fragili e non autosufficienti i rischi di disidratazione, scompensi cardiocircolatori e ricoveri ospedalieri d’urgenza. Per chi assiste, i doveri diventano ancora più stringenti:

  • Monitorare costantemente l’idratazione e l’alimentazione;
  • Vigilare sulla corretta assunzione delle terapie farmacologiche;
  • Riorganizzare gli spazi domestici per garantire una climatizzazione adeguata;
  • Evitare uscite e spostamenti nelle fasce orarie a rischio.

Tali adempimenti determinano un notevole aggravio fisico ed emotivo, in un periodo dell’anno in cui individuare sostituzioni per le badanti o reperire personale domiciliare a ore risulta oltremodo difficoltoso.

Il divario nell’assistenza e le soluzioni di respite care

Le conseguenze di questo impegno costante si riflettono inevitabilmente anche al di fuori delle mura domestiche. Come evidenziato da Guja Ventura:

«L’impatto di questa situazione va oltre la sfera privata. Lo stress prolungato, la difficoltà di conciliare lavoro e assistenza e il rischio di isolamento incidono sul benessere psicofisico del caregiver e, indirettamente, anche sulla produttività lavorativa e sulla qualità della vita dell’intero nucleo familiare.»

La complessità dello scenario trova conferma nelle ricerche sviluppate congiuntamente dalle Università di Bologna e del Molise insieme a partner pubblici e privati. Dalle indagini emerge con chiarezza il punto critico della tenuta socioassistenziale del Paese: un profondo divario tra una domanda di cura in costante crescita e un’offerta di servizi – sia pubblica sia privata – tuttora insufficiente. L’Italia continua a sostenere il proprio assetto assistenziale facendo leva sull’impegno non retribuito delle famiglie, chiamate a gestire la somministrazione dei farmaci, la prenotazione e l’accompagnamento alle visite specialistiche, le incombenze burocratiche e la sicurezza dell’abitazione a scapito del proprio equilibrio personale.

In tale contesto, le società specializzate nei servizi alla persona intervengono per alleggerire il carico familiare e prevenire situazioni di crisi attraverso la costruzione di percorsi personalizzati, basati sull’analisi dei bisogni, la selezione tempestiva di figure qualificate e il monitoraggio costante degli interventi. Uno strumento essenziale è il respite care, ovvero i servizi di sollievo studiati per consentire al familiare di staccare temporaneamente senza interrompere l’assistenza al congiunto fragile:

«La letteratura scientifica evidenzia che questi interventi contribuiscono a ridurre il carico emotivo e organizzativo dei familiari, migliorandone il benessere psicologico e contribuendo a prevenire quello che nel contesto dell’assistenza familiare viene definito “burden” (fardello), ossia il burnout dei caregiver. Allo stesso tempo, favoriscono una migliore qualità dell’assistenza e della vita anche per la persona fragile, soprattutto quando sono inseriti in un percorso di presa in carico continuativo e integrato. Tuttavia, altri studi segnalano che questi servizi sono ancora poco conosciuti, difficilmente accessibili o insufficientemente diffusi, limitandone il potenziale beneficio per le famiglie.»

La risposta ai bisogni assistenziali si sta quindi orientando verso un modello integrato a rete che unisce sanità privata, settore pubblico e no-profit, integrando all’aiuto domiciliare strumenti di teleassistenza, consulenza specialistica, supporto psicologico e piattaforme digitali per il coordinamento delle cure.

I dati Istat sui lavoratori e la svolta del welfare aziendale

Il tema dell’assistenza familiare investe in modo diretto anche il mondo del lavoro. In base alle rilevazioni fornite dall’Istat, il 22% delle persone occupate (più di un lavoratore su cinque) presta con regolarità attività di cura informale a favore di congiunti, amici o vicini non autosufficienti. Tra le donne occupate la quota sale al 27,2%, a fronte del 18,2% registrato tra gli uomini.

La necessità di conciliare impiego e accudimento impone pertanto un’evoluzione nelle politiche aziendali:

«L’estate rappresenta solo il momento in cui le difficoltà emergono con maggiore evidenza. Una cartina al tornasole per un sistema che deve ripensare il modello di assistenza e alleggerire il carico per le singole famiglie. La vera sfida è costruire un ecosistema capace di sostenere i caregiver lungo tutto l’anno, integrando il ruolo insostituibile delle famiglie con una rete di servizi professionali accessibili, flessibili e di qualità, con parte dei servizi offerti anche dal sistema welfare aziendale.»

Per le imprese diventa strategico superare le formule tradizionali legate a voucher di spesa o semplici fringe benefit, introducendo nei piani di welfare aziendale servizi concreti di assistenza alla persona, orientamento e consulenza sociosanitaria. Con una società caratterizzata dal progressivo invecchiamento e dalla riduzione dei componenti per nucleo, l’investimento strutturale nei servizi di cura rappresenta la sola via per salvaguardare la qualità di vita delle persone fragili e tutelare chi sostiene quotidianamente l’intero impianto assistenziale del Paese.

A cura della redazione

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