L’assetto successorio concepito da Leonardo Del Vecchio sta affrontando il suo momento di verifica più delicato, mettendo alla prova l’efficacia dell’architettura societaria ideata dal fondatore per la gestione del gruppo. Se sotto il profilo giuridico la tutela del patrimonio era stata predisposta con rigore, la sfida più complessa risiedeva nella capacità di preservare l’armonia nel tempo tra otto eredi titolari di quote identiche, ma caratterizzati da priorità economiche, esigenze di liquidità e orientamenti personali profondamente differenti. I recenti avvenimenti dimostrano come tali nodi stiano venendo al pettine proprio lungo questa direttrice.
I movimenti azionari e le tensioni legali tra gli eredi Del Vecchio
Il quadro si è movimentato il 4 settembre, data in cui Luca Del Vecchio e Paola Del Vecchio hanno deciso di conferire le loro quote del 12,5% di Delfin all’interno di società personali. Benché la titolarità economica sostanziale rimanga in capo ai due eredi, tale passaggio modifica in modo significativo le modalità di esercizio, amministrazione e valorizzazione di tali partecipazioni societarie. Nello stesso frangente, si è acceso un contenzioso in sede di arbitrato rivolto verso Leonardo Maria Del Vecchio in merito a 500 milioni di euro, somma stabilita in relazione al mancato perfezionamento dell’acquisizione del loro 25% di Delfin, una transazione che era stata stimata intorno ai 10 miliardi di euro.
Dal canto suo, Leonardo Maria Del Vecchio ha spostato il confronto sul terreno della governance, sollevando riserve esplicite sull’operato manageriale di Francesco Milleri e sollecitando approfondimenti sull’azione del consiglio di amministrazione di Delfin. Di fronte a queste contestazioni, la risposta di EssilorLuxottica è stata netta, rinnovando la propria incondizionata fiducia all’attuale vertice dirigenziale.
La tenuta della governance industriale e le criticità tra i soci
Questo scenario ripropone il nodo cruciale emerso nei confronti tra il passaggio generazionale di casa Del Vecchio e altre vicende del capitalismo familiare italiano. Il fondatore Leonardo Del Vecchio aveva infatti strutturato un meccanismo pensato per scongiurare che il colosso industriale subisse una rapida frammentazione o una liquidazione affrettata degli asset dopo la sua scomparsa. Fino a questo momento, tale barriera ha dato prova di solidità sul fronte operativo e produttivo: EssilorLuxottica mantiene una rotta salda e una leadership chiara, Delfin custodisce intatti i suoi pacchetti azionari strategici e nessun singolo componente della famiglia ha preso il sopravvento sulla cassaforte societaria.
Le vere incognite si manifestano invece sul versante dei rapporti proprietari. Ripartire un patrimonio sterminato in quote paritetiche tra otto soggetti non garantisce automaticamente una reale coesione d’intenti; al contrario, imporre vincoli di permanenza può semplicemente posticipare il momento in cui prospettive individuali divergenti cercheranno canali alternativi di espressione. Risiede qui il limite intrinseco dell’impianto successorio: è stato eretto un baluardo eccezionalmente robusto a difesa dei cespiti industriali, ma assai meno preparato a ricomporre nel lungo termine i disaccordi tra gli eredi.
Il futuro della holding Delfin e le prospettive patrimoniali
L’evoluzione futura dell’assetto societario dipenderà molto dai prossimi passaggi: qualora anche altri componenti della famiglia dovessero incanalare le proprie partecipazioni verso veicoli societari autonomi, Delfin continuerebbe a presentarsi immutata nella sua veste formale di holding, mentre la sostanza economica delle relazioni interne tra i soci risulterebbe radicalmente trasformata. La partita determinante per il destino dell’impero Del Vecchio non risiede dunque nella spartizione materiale dell’eredità, bensì nella capacità del sistema di governo societario di reggere l’urto del tempo senza la figura carismatica del fondatore.
La cassaforte concepita da Leonardo Del Vecchio ha assolto finora il compito di blindare una delle più imponenti realtà industriali d’Italia. Il vero interrogativo aperto riguarda tuttavia la sua effettiva capacità aggregativa: quella cassaforte riuscirà anche a tenere insieme gli eredi oppure finirà per custodire partecipazioni sempre più separate negli interessi e nelle strategie di chi le possiede?
A cura della redazione
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