Il declino delle attività commerciali di vicinato in Italia colpisce in modo sempre più evidente uno dei punti cardinali della vita quotidiana: il mondo dei bar. Nel periodo compreso tra il 2019 e il 2025 sono svaniti nel nulla oltre 24mila esercizi, con un ritmo distruttivo che vede abbassarsi mediamente circa 11 saracinesche al giorno. Questa pesante emorragia, diffusa dai piccoli centri ai centri storici fino alle periferie delle grandi metropoli, emerge con chiarezza dai dati delle Camere di commercio rielaborati da Confesercenti. L’indagine fotografa una mutazione radicale del tessuto produttivo del paese, in cui canoni di locazione insostenibili, rincari generalizzati dei consumi e una progressiva erosione dei margini mettono a dura prova la sopravvivenza dei locali di prossimità. Non si tratta quindi soltanto della crisi dei negozi di abbigliamento e oggettistica: perfino i bar, storici presidi per residenti, lavoratori e pensionati, faticano a coprire i costi ordinari, mentre nelle maggiori città nemmeno l’afflusso turistico riesce più a proteggere le attività dalla chiusura.
La contrazione strutturale delle imprese e l’impatto economico da 7,2 miliardi di euro
Le dimensioni del fenomeno testimoniano una vera e propria crisi strutturale per l’intero settore della somministrazione. Nel 2019 i registri contavano 169.839 imprese attive nel servizio bar, mentre al termine del 2025 il totale è scivolato a 145.766, segnando una contrazione complessiva del 14,2%. Un simile arretramento si riflette in maniera immediata sui livelli occupazionali e sulla stabilità economica locale. Secondo le stime diffuse da Confesercenti, la sparizione di questi 24mila bar nell’arco di sei anni ha provocato una perdita economica per i territori superiore a 7,2 miliardi di euro, una cifra ragguardevole determinata dalla contrazione dei consumi, dalla perdita di posti di lavoro e dal calo delle entrate fiscali.
La mappa regionale delle chiusure e il declino dei locali a Roma
Il quadro geografico delle chiusure mette in risalto forti disuguaglianze tra le diverse aree del paese. Sul piano dei numeri assoluti, la Lombardia fa segnare il saldo più drammatico con 4.957 bar in meno rispetto al 2019, tallonata dal Lazio con 4.405 esercizi chiusi e dal Veneto, che accusa un calo di 2.806 locali. La flessione colpisce pesantemente anche l’Emilia-Romagna, che perde 1.916 attività, e il Piemonte, con una diminuzione di 1.915 bar, coinvolgendo direttamente i principali motori economici della penisola. Se si analizzano i valori percentuali, la situazione muta: sono le Marche a guidare la contrazione relativa con un taglio del 25%, seguite dal Lazio con il 23,9%, dalla Valle d’Aosta con il 22,2% e dal Veneto con il 20,1%, confermando la capillarità del problema in contesti molto differenti per demografia, tessuto produttivo e vocazione turistica. La suddivisione per macroaree ribadisce l’estensione del fenomeno: il Centro Italia lascia sul campo 7.323 bar, pari al 20,8% delle imprese del 2019, mentre il Nord-est cala del 16,3% e il Nord-ovest arretra del 16,1%. Pur mostrando flessioni più contenute, anche il Sud e le Isole arretrano rispettivamente del 6,7% e del 6,5%, sancendo un saldo negativo esteso a tutte le regioni senza alcuna eccezione.
Uno dei casi più emblematici della trasformazione in corso riguarda Roma, dove si contano 2.827 bar scomparsi, traducendosi in una contrazione superiore al 30% rispetto al 2019. Questo arretramento colpisce particolarmente se confrontato con la mole dei flussi turistici nella capitale, che neppure nei momenti di picco hanno compensato le criticità dei negozi di vicinato. All’origine delle serrande abbassate agisce una combinazione di fattori che include l’ascesa dell’e-commerce, la diffusione dei servizi di consegna a domicilio e la preferenza dei consumatori per soluzioni rapide, elementi che ridisegnano le abitudini quotidiane. A questo scenario si somma il peso insostenibile degli affitti commerciali, avvertito con particolare forza nei rioni centrali e nelle direttrici turistiche, dove i costi fissi rimangono proibitivi persino in presenza di una clientela numerosa.
Desertificazione sociale, rincari del caffè e il paradosso delle città in Italia
La scomparsa di questi presidi non rappresenta unicamente un danno economico, ma cancella veri e propri spazi di aggregazione aperti a tutti e profondamente radicati nella vita quotidiana. A questo proposito Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, ha sottolineato: «La desertificazione commerciale sta cambiando la vita quotidiana delle nostre comunità». Il rappresentante dell’associazione ha evidenziato come il bar rappresenti un’impresa capace di generare occupazione e offrire servizi indispensabili, costituendo al tempo stesso un nucleo fondamentale di socialità, vitale sia nei piccoli paesi sia per mantenere vivi i quartieri metropolitani. Il loro venir meno riduce le occasioni di ritrovo e il passaggio pedonale: «Le strade sono meno frequentate e le città diventano più spente e meno sicure», ha ammonito Gronchi.
A rendere ancora più precari i bilanci interviene la fiammata dei costi delle materie prime, a partire dai chicchi di caffè, penalizzati da difficoltà nelle coltivazioni ed eventi meteo estremi nei principali paesi esportatori come Brasile e Vietnam. Le ripercussioni si avvertono direttamente sul prezzo della tazzina al banco: in Italia un espresso costa in media 1,29 euro, registrando un aumento di 25 centesimi rispetto al 2021 per una crescita complessiva del 24,2%. Le differenze locali rimangono vistose, con Bolzano che tocca un valore medio di 1,51 euro e Pescara a 1,49 euro, mentre sul versante opposto figurano Messina con 1,06 euro e Catanzaro con 1,08 euro. Questi rincari non si traducono in maggiori utili per gli esercenti, costretti a impiegare le entrate per fronteggiare le spese di fornitura, l’energia, il personale e gli affitti. I gestori si trovano così intrappolati in un dilemma: ritoccare i listini rischia di allontanare i clienti, mentre lasciarli inalterati comprime i margini fino al punto di rottura. Mentre in diverse aree urbane la tazzina oltrepassa ormai la soglia simbolica di un euro e mezzo, l’Italia si confronta con un evidente paradosso: la consuetudine dell’espresso resta un rito identitario irrinunciabile, ma i luoghi fisici deputati a celebrarlo continuano inesorabilmente a diminuire.
A cura della redazione
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