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Glutine, sempre più persone hanno disturbi

La celiachia cresce nel mondo, mentre una quota molto più ampia della popolazione riferisce gonfiore, dolore addominale e altri disturbi dopo il consumo di glutine o frumento senza avere una diagnosi di celiachia o allergia al frumento

by Nora Taylor
glutine ph ai

Negli ultimi decenni il rapporto tra alimentazione e glutine è diventato uno degli argomenti più discussi nel campo della salute intestinale. Sempre più persone scelgono di ridurre o eliminare pane, pasta e altri prodotti a base di frumento perché collegano il loro consumo a gonfiore, dolore addominale, stanchezza o altri disturbi. La ricerca scientifica conferma che il fenomeno merita attenzione, ma invita anche a non confondere condizioni differenti. Non tutte le persone che accusano problemi dopo aver mangiato glutine hanno la celiachia e non tutte presentano una vera sensibilità al glutine. Dietro quello che comunemente definiamo “intolleranza al glutine” possono infatti esserci meccanismi molto diversi.

Una delle analisi più ampie pubblicate recentemente ha esaminato 25 studi condotti in 16 Paesi, coinvolgendo complessivamente 49.476 persone. I ricercatori hanno stimato che circa il 10,3% della popolazione riferisce una sensibilità al glutine o al frumento non celiaca. Il dato non equivale però alla percentuale di persone che possiede una diagnosi medica. Gli studi hanno infatti analizzato soprattutto persone che riferiscono spontaneamente sintomi dopo il consumo di glutine o frumento. La percentuale varia inoltre molto da un Paese all’altro, segnalando quanto il fenomeno possa dipendere anche dai criteri utilizzati, dalle abitudini alimentari e dalla percezione dei sintomi.

Un fenomeno molto più grande della celiachia

La sensibilità al glutine o al frumento non celiaca rappresenta una condizione distinta dalla celiachia. In questi casi una persona riferisce disturbi dopo aver consumato alimenti contenenti glutine o frumento, ma gli accertamenti non mostrano la presenza della malattia autoimmune tipica della celiachia né un’allergia al frumento. La medicina non dispone ancora di un biomarcatore specifico che permetta di diagnosticare questa condizione con un semplice esame. I medici devono quindi procedere per esclusione, valutando prima le patologie conosciute e osservando successivamente il rapporto tra alimentazione e sintomi.

Tra i disturbi segnalati più frequentemente compare il gonfiore, che interessa circa sette persone su dieci tra quelle che riferiscono questa sensibilità. Seguono il fastidio e il dolore addominale, oltre a diarrea, stitichezza, nausea e stanchezza. Alcune persone riferiscono anche mal di testa, dolori articolari e altri sintomi al di fuori dell’apparato digerente. La ricerca ha inoltre evidenziato una forte associazione tra la sensibilità riferita al glutine o al frumento e la sindrome dell’intestino irritabile. Questo collegamento porta gli studiosi a considerare un possibile ruolo dell’interazione tra intestino, sistema nervoso e alimentazione.

Un altro dato interessante riguarda la dieta. Circa il 40% delle persone che riferiscono una sensibilità al glutine o al frumento segue una dieta senza glutine. Una parte di queste persone intraprende però questo percorso senza una diagnosi formale. La diffusione di prodotti gluten free e la crescente attenzione verso il glutine hanno quindi modificato le abitudini alimentari di milioni di consumatori, anche quando gli esami non hanno individuato una malattia specifica.

La celiachia invece sta realmente aumentando

La situazione cambia quando parliamo di celiachia. La celiachia è una malattia autoimmune nella quale il consumo di glutine provoca una risposta immunitaria anomala nelle persone geneticamente predisposte. Questa risposta può danneggiare l’intestino tenue e compromettere l’assorbimento dei nutrienti. Gli studi epidemiologici mostrano che la frequenza della celiachia è aumentata nel corso degli ultimi decenni in diverse aree del mondo.

Una metanalisi internazionale sull’incidenza della malattia ha rilevato una crescita nel tempo. Una successiva analisi della letteratura ha indicato un aumento dell’incidenza di circa il 7,5% all’anno dalla seconda metà del Novecento. Gli esperti, tuttavia, non attribuiscono automaticamente questa crescita a un unico cambiamento. Una parte dell’aumento può dipendere dalla maggiore attenzione dei medici, dal miglioramento degli strumenti diagnostici e dalla maggiore conoscenza della malattia. Allo stesso tempo, diversi dati epidemiologici suggeriscono che il fenomeno non dipenda soltanto dal fatto che oggi individuiamo più casi.

La celiachia richiede infatti una combinazione di predisposizione genetica ed esposizione al glutine. La genetica della popolazione non può cambiare in maniera così rapida da spiegare da sola l’incremento osservato. Per questo motivo gli scienziati stanno cercando altri fattori capaci di modificare il rischio di sviluppare la malattia.

Microbiota e ambiente al centro della ricerca

Tra gli elementi più studiati compare il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro apparato digerente. Alcune ricerche hanno individuato differenze nella composizione del microbiota tra persone con celiachia e persone senza la malattia. Gli scienziati stanno cercando di capire se queste alterazioni possano contribuire allo sviluppo della risposta immunitaria oppure se rappresentino una conseguenza dell’infiammazione intestinale.

Il microbiota potrebbe quindi rappresentare uno dei collegamenti tra predisposizione genetica e ambiente, ma la ricerca non ha ancora individuato una spiegazione definitiva. Anche infezioni, uso di antibiotici, alimentazione e altri fattori legati allo stile di vita hanno attirato l’attenzione degli studiosi. Le prove disponibili indicano possibili associazioni, ma non permettono ancora di affermare che uno specifico fattore ambientale rappresenti la causa dell’aumento della celiachia.

Le ricerche più recenti sottolineano proprio questa complessità. Il glutine rappresenta il principale fattore ambientale necessario per scatenare la celiachia in una persona predisposta, ma la presenza del glutine e della predisposizione genetica non basta da sola a spiegare perché alcune persone sviluppino la malattia e altre no. Gli studiosi stanno quindi analizzando il ruolo dell’ambiente intestinale, delle risposte immunitarie e delle interazioni tra organismo e microrganismi.

Non sempre il glutine rappresenta il vero responsabile

Uno degli aspetti più importanti emersi dalla ricerca riguarda la composizione del frumento. Pane e pasta contengono infatti numerose sostanze oltre al glutine. Alcune persone potrebbero reagire ad altri componenti del frumento, mentre in altri casi i sintomi potrebbero dipendere dalla fermentazione intestinale di determinati carboidrati. Tra le sostanze studiate compaiono i fruttani e gli inibitori dell’amilasi-tripsina.

Questo aspetto aiuta a spiegare perché alcune persone dichiarino di stare meglio dopo aver eliminato il pane e la pasta, pur senza presentare la celiachia. Il miglioramento dei sintomi dopo l’eliminazione del glutine non dimostra automaticamente che il glutine rappresenti la causa del problema. La risposta può dipendere da diversi componenti dell’alimento e dalla particolare sensibilità dell’apparato digerente.

Gli studi hanno inoltre evidenziato un forte legame tra la sensibilità al glutine o al frumento riferita dalle persone e la sindrome dell’intestino irritabile. Chi riferisce questa sensibilità presenta una probabilità molto maggiore di riferire anche sintomi compatibili con il colon irritabile. I ricercatori stanno quindi valutando l’ipotesi che una parte di questi disturbi possa rientrare nel più ampio gruppo delle alterazioni dell’interazione tra intestino e cervello.

Attenzione alla dieta senza glutine fai da te

La crescente popolarità dei prodotti senza glutine può creare anche un problema diagnostico. Chi sospetta di avere la celiachia non dovrebbe eliminare il glutine prima di effettuare gli accertamenti medici, perché una dieta priva di glutine può modificare i risultati degli esami e rendere più difficile stabilire la presenza della malattia.

Il percorso corretto parte dal confronto con il medico e dagli esami indicati per verificare la presenza della celiachia. Quando necessario, gli specialisti possono richiedere ulteriori accertamenti. Solo dopo aver escluso la celiachia e l’allergia al frumento diventa possibile valutare con maggiore attenzione un’eventuale sensibilità non celiaca.

Il fenomeno globale, quindi, non racconta semplicemente la storia di un alimento diventato improvvisamente dannoso. La ricerca mostra piuttosto un aumento della celiachia e, contemporaneamente, una diffusione molto più ampia dei disturbi attribuiti al glutine o al frumento. Le due situazioni non coincidono e richiedono percorsi differenti.

La domanda sul perché sempre più persone riferiscano problemi dopo aver mangiato prodotti contenenti frumento resta quindi aperta. Genetica, ambiente, microbiota intestinale, sistema immunitario, alimentazione e disturbi funzionali dell’intestino possono interagire tra loro. La ricerca continua a studiare questi meccanismi per capire quanto del fenomeno dipenda realmente dal glutine e quanto invece da altri componenti degli alimenti o dalle condizioni dell’apparato digerente. Una cosa appare comunque chiara: definire ogni disturbo come una semplice “intolleranza al glutine” rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno che la medicina sta ancora cercando di comprendere.

A cura di Nora Taylor
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