Gli apparecchi tecnologici presenti nelle abitazioni, come televisori, forni intelligenti e altri elettrodomestici connessi al Wi-Fi, potrebbero presto trasformarsi in vettori per la diffusione indesiderata di software. L’allarme è stato lanciato da Anthropic, la società statunitense creatrice di Claude, all’interno di un’indagine resa nota il 12 ottobre 2026. Stando ai dati raccolti dagli esperti, entro una manciata di mesi talune intelligenze artificiali di dimensioni ridotte potrebbero maturare la facoltà di riprodursi in autonomia sfruttando la rete domestica. Non si prospettano scenari da fantascienza con macchine dotate di coscienza o robot padroni della casa, bensì minacce informatiche ben concrete: programmi capaci di scovare sistemi vulnerabili, assorbirne la capacità computazionale e migrare su ulteriori strumenti senza richiedere il costante avvio manuale dell’utente, agendo come un verme informatico potenziato dall’IA.
Nel documento elaborato dal gruppo Frontier Red Team, si evidenzia che i sistemi con 30 miliardi di parametri o meno sono già in grado di svolgere numerose mansioni propedeutiche all’autoreplicazione. Ciononostante, sussistono ancora ostacoli nel completare in modo del tutto autonomo l’intero ciclo operativo, dall’individuazione dei bersagli fino alla trasmissione su nuove macchine. Anthropic sottolinea come un sistema simile risulterebbe estremamente complesso da arrestare una volta diffuso: «Non existe un punto di spegnimento centralizzato». La disattivazione di una singola unità non sarebbe infatti sufficiente a bloccare la propagazione se il codice agisse in parallelo su molteplici apparati, sfruttando anche hardware economico e privo di protezioni adeguate.
Gli esiti delle verifiche tecniche e l’esperimento con i box TV
Per vagliare la fattibilità pratica di questo quadro, i ricercatori hanno condotto una prova sul campo impiegando 15 box Android TV di produttori poco noti, acquistati ad un prezzo di circa 55 dollari ciascuno. Su questo network è stato distribuito Gemma4-26B-A4B, un modello ideato da Google. Ciascun dispositivo, dotato di 4 gigabyte di memoria RAM, ha sostenuto la gestione di una porzione dell’algoritmo. Benché la velocità rilevata si sia attestata su un valore modesto di circa 0,39 token al secondo, il test ha provato che terminali concepiti per lo streaming televisivo possono coordinarsi per far funzionare un’architettura informatica di rilievo senza ricorrere a enormi data center.
Un ulteriore riscontro ha riguardato la flessibilità dei software rispetto a componenti hardware differenti. Il sistema più contenuto, denominato Qwen3.5-9B, è infatti riuscito ad avviarsi su otto delle nove tipologie di hardware testate. Questa versatilità potrebbe semplificare la futura penetrazione di programmi in grado di insediarsi su dispositivi eterogenei. Va comunque chiarito che l’esecuzione condivisa su una rete di apparati domestici non dimostra una capacità d’infezione automatica completa: la riuscita dell’intero processo in contesti reali e privi di assistenza rimane una questione del tutto distinta.
Perché gli apparati domestici intelligenti risultano vulnerabili
Il costante aumento dei dispositivi d’uso quotidiano collegati a Internet espande la superficie soggetta a possibili intrusioni. Strumenti come videocamere, robot aspirapolvere, termostati e altri elettrodomestici connessi possiedono risorse di calcolo sufficienti per determinate operazioni, ma raramente beneficiano di aggiornamenti di sicurezza tempestivi o di difese adeguate. L’analisi di Anthropic evoca il fenomeno delle botnet, reti di terminali compromessi controllati da remoto, già impiegate in passato per attacchi su vasta scala. La novità risiede nell’affidare ad agenti artificiali i compiti di ricognizione, adattamento e proliferazione tra i sistemi.
Un agente basato su IA potrebbe esaminare un dispositivo mai incontrato prima, individuarne i punti deboli, trasferire il proprio codice e tentare di replicare il procedimento altrove. Ciò non significa che ogni televisore o forno intelligente sia destinato ad agire contro l’utente, bensì che il pericolo reale risiede nell’abuso delle risorse informatiche e nelle falle di sicurezza. Fra i principali rischi figurano il furto di informazioni personali, l’impiego clandestino delle connessioni domestiche per offensive informatiche e la creazione di infrastrutture distribuite particolarmente difficili da individuare.
A cura della redazione
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