Era il 14 agosto 2018 quando Genova affrontò una delle giornate più drammatiche della sua storia recente. Alle 11:36, durante un violento nubifragio, una parte del viadotto Polcevera, conosciuto come Ponte Morandi, crollò improvvisamente sulla A10. Il cedimento coinvolse la zona della pila 9 e una lunga porzione dell’infrastruttura, trascinando nel vuoto automobili e camion che in quel momento percorrevano il collegamento autostradale. In pochi secondi, una struttura che per decenni aveva rappresentato uno degli elementi caratteristici dello skyline genovese si trasformò in una massa di cemento e acciaio tra le macerie.
Il bilancio definitivo raggiunse 43 vittime. Tra le persone che persero la vita c’erano cittadini italiani e stranieri, famiglie, lavoratori e automobilisti che stavano semplicemente attraversando la città. Il disastro provocò inoltre l’evacuazione di centinaia di residenti delle zone circostanti. Secondo la ricostruzione degli eventi, 566 persone lasciarono le proprie abitazioni, mentre 266 nuclei familiari affrontarono le conseguenze dirette della tragedia. La presenza di abitazioni, attività produttive e infrastrutture sotto e intorno al viadotto rese ancora più drammatiche le operazioni di soccorso e la successiva gestione dell’emergenza.
Il crollo alle 11:36 e la corsa dei soccorritori
Subito dopo il cedimento, i soccorritori raggiunsero l’area del disastro. Vigili del fuoco, forze dell’ordine, personale sanitario e squadre specializzate lavorarono tra le macerie alla ricerca di persone ancora vive. Il Ministero dell’Interno riferì che oltre 300 vigili del fuoco parteciparono alle operazioni, con l’impiego di squadre Usar, Saf, Nbcr e unità cinofile. I soccorritori arrivarono anche da altre regioni italiane per rafforzare il dispositivo di emergenza.
Le operazioni continuarono per giorni. I soccorritori individuarono le vittime tra i resti della struttura e dei veicoli coinvolti. L’ultimo corpo emerse dalle macerie cinque giorni dopo il crollo: apparteneva a Mirko Vicini, un operaio di Genova. La tragedia lasciò così un bilancio umano definitivo di 43 morti. Nel frattempo, le autorità dovettero gestire anche la situazione delle persone evacuate e il rischio rappresentato dalle parti del viadotto rimaste in piedi.
Il 18 agosto 2018 Genova ospitò i funerali di Stato per 19 delle vittime. Alla cerimonia parteciparono numerosi familiari, rappresentanti delle istituzioni e cittadini. Tra le autorità presenti figuravano il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e gli esponenti del governo arrivati in città nei giorni immediatamente successivi alla tragedia. La lettura dei nomi delle 43 persone morte rappresentò uno dei momenti più intensi di quelle giornate.
Le indagini sulle condizioni del viadotto
Dopo il crollo, la magistratura avviò una lunga indagine per ricostruire le cause del disastro e verificare eventuali responsabilità. Gli investigatori analizzarono la documentazione tecnica, i rapporti sulle condizioni del ponte, gli interventi di manutenzione e le procedure utilizzate per controllare l’infrastruttura. La vicenda coinvolse dirigenti, tecnici, manager e funzionari appartenenti a diverse strutture e società che nel corso degli anni avevano avuto ruoli nella gestione, nel controllo e nella manutenzione della rete.
Il processo di primo grado iniziò il 7 luglio 2022 e arrivò alla conclusione dopo 284 udienze. Nel dibattimento i giudici ascoltarono 282 testimoni e quattro periti, mentre gli avvocati e le parti coinvolte analizzarono una quantità enorme di documenti. La Procura di Genova contestò responsabilità a numerosi imputati e, nelle richieste finali, domandò complessivamente quasi 400 anni di carcere. Tra gli imputati figurava anche Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia.
Nel corso del procedimento, la Procura sostenne che negli anni precedenti al crollo le decisioni relative alla sicurezza e alla manutenzione non avessero garantito un livello adeguato di tutela. La difesa degli imputati ha invece contestato le ricostruzioni dell’accusa e le responsabilità attribuite ai singoli. Il dibattimento ha quindi cercato di stabilire attraverso documenti, perizie e testimonianze quali fattori abbiano contribuito al cedimento del viadotto e quali responsabilità individuali possano emergere.
La sentenza del 2026 chiude il primo grado
A quasi otto anni dal disastro, il 16 luglio 2026 il Tribunale di Genova ha pronunciato la sentenza di primo grado. I giudici hanno condannato 32 imputati, con pene complessive vicine ai 200 anni. Tra le condanne più significative figura quella di Giovanni Castellucci, al quale il tribunale ha inflitto 12 anni di reclusione. La Procura aveva chiesto per l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia una pena di 18 anni e sei mesi.
Il tribunale ha inoltre condannato Michele Donferri Mitelli a 11 anni, mentre Paolo Berti e Antonino Galatà hanno ricevuto condanne a cinque anni e sei mesi. La sentenza rappresenta un passaggio fondamentale nella vicenda giudiziaria, ma non conclude necessariamente l’intero percorso processuale. Le parti possono infatti proseguire il procedimento nei successivi gradi di giudizio secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano.
Il nuovo ponte e una città che continua a ricordare
Nel frattempo Genova ha completamente cambiato il volto dell’area interessata dalla tragedia. Il vecchio viadotto ha lasciato spazio al nuovo Genova San Giorgio, progettato dall’architetto Renzo Piano. La nuova infrastruttura ha ripristinato il collegamento autostradale e ha rappresentato uno dei simboli della ricostruzione della città dopo il disastro. Genova ha inaugurato il nuovo ponte il 3 agosto 2020, meno di due anni dopo il crollo.
La ricostruzione, tuttavia, non ha cancellato il ricordo delle vittime. L’area del vecchio ponte conserva una forte valenza simbolica e la città continua a organizzare momenti di commemorazione per ricordare le persone morte quel 14 agosto. Il nome di Ponte Morandi resta legato soprattutto alle 43 vite spezzate e alle famiglie che da quel giorno hanno dovuto affrontare un dolore impossibile da cancellare.
Otto anni dopo, la tragedia continua quindi a rappresentare una ferita aperta nella memoria collettiva. Il crollo ha alimentato un lungo dibattito sulla sicurezza delle infrastrutture, sulla manutenzione delle opere pubbliche e sulla necessità di controlli rigorosi. La sentenza del 2026 aggiunge un nuovo capitolo alla vicenda giudiziaria, mentre il ricordo delle vittime mantiene centrale una domanda che va oltre le aule di tribunale: garantire che una tragedia come quella del Ponte Morandi non possa più ripetersi.
A cura di Nora Taylor
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