L’avvento del reddito universale potrebbe rappresentare uno dei mutamenti più significativi nella storia umana, poiché permetterebbe di scindere definitivamente il concetto di sopravvivenza da quello di lavoro. Come evidenziato nell’articolo di La Sintesi, questa possibilità non riguarda semplicemente una distribuzione di denaro, ma mette in discussione il pilastro fondamentale su cui si è retta la nostra civiltà per millenni.
Il legame tra lavoro e dignità nella storia
Fin dalle origini l’essere umano ha dovuto faticare per garantirsi il sostentamento, costruendo la propria identità sociale sulla produzione. In Italia, questo principio è cristallizzato nell’Articolo 1 della Costituzione, il quale recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Questa scelta, compiuta nel 1947, lega indissolubilmente la dignità dell’uomo alla sua capacità di contribuire alla società , seguendo la logica del «Lavoro ergo sum», ovvero «lavoro, dunque sono», identificando il valore individuale con ciò che si produce.
La rivoluzione tecnologica di Elon Musk
Oggi questo paradigma secolare viene messo in crisi dall’avanzata della automazione. Secondo Elon Musk, entro un decennio il lavoro potrebbe trasformarsi in una scelta opzionale, paragonabile a uno sport o a un hobby. Se l’intelligenza artificiale dovesse farsi carico dell’intera catena produttiva, la soluzione per prevenire tensioni sociali risiederebbe nel garantire a ogni cittadino un reddito base. Questo trasferimento monetario equo permetterebbe di gestire la transizione verso un mondo in cui la fatica non è più un obbligo per vivere.
Il vuoto esistenziale e la lezione di Fantozzi
Se il lavoro dovesse sparire, l’umanità si troverebbe ad affrontare una domanda inedita: «chi siamo, quando non dobbiamo più lavorare per vivere?». Una rappresentazione efficace di questo smarrimento si trova nel film Fantozzi va in pensione. Il personaggio di Fantozzi, una volta privato del suo ruolo in ufficio, crolla psicologicamente e decide di tornare a lavorare gratuitamente pur di ritrovare quella routine che definiva la sua esistenza. Per molti, infatti, l’occupazione non è solo una fonte di guadagno, ma costituisce lo schema mentale e il riconoscimento sociale che risponde alla domanda su chi siamo veramente.
Un orizzonte di creatività e nuovi scopi
Oltre al rischio di uno smarrimento collettivo, la fine del lavoro obbligatorio potrebbe liberare energie creative inespresse in settori come la scienza, l’arte e la poesia. Nel lungo periodo, potrebbe emergere una società non più definita dalla produttività , ma dalla qualità dei legami e dalla ricerca della bellezza. Questo passaggio antropologico costringerà la nostra specie a reinventare da zero il significato di avere uno scopo quando la pressione di produrre per sopravvivere svanirà definitivamente.
A cura della Redazione
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