Addio a Franco Baresi, il capitano che ha fatto la storia
Si spegne Franco Baresi, il “Kaiser” che ha reso immortale la maglia del Milan
Il calcio italiano perde uno dei suoi campioni più rappresentativi. Franco Baresi è morto all’età di 66 anni dopo aver affrontato negli ultimi mesi un difficile percorso legato alle sue condizioni di salute. Nel 2025 aveva subito un intervento chirurgico per un nodulo polmonare e, nonostante la malattia, aveva continuato a rappresentare un punto di riferimento per il mondo dello sport. L’ultimo grande tributo pubblico era arrivato durante la cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina, quando aveva attraversato il prato di San Siro con la fiaccola olimpica accanto a Beppe Bergomi. Due rivali storici nei derby e nelle sfide di campionato, ma uniti dall’amore per la maglia azzurra e dal rispetto reciproco costruito in tanti anni di carriera.
Lo stadio Meazza aveva accompagnato praticamente tutta la sua vita calcistica. In quello stadio Franco Baresi aveva costruito una carriera irripetibile, diventando il volto stesso del Milan. Nessun’altra maglia oltre a quella rossonera, nessun’altra squadra nel suo percorso professionale. La fascia da capitano ha rappresentato molto più di un simbolo: ha identificato un leader autentico, capace di guidare il gruppo con l’esempio prima ancora che con le parole. I tifosi lo hanno eletto “Milanista del secolo”, mentre la società ha deciso di ritirare definitivamente la maglia numero 6, trasformandola in un monumento alla sua straordinaria carriera.
Il ragazzo diventato una leggenda
Franco Baresi affrontò fin da giovanissimo prove durissime. Rimase orfano a soli 14 anni e quella sofferenza contribuì a forgiare un carattere forte, maturo e determinato. Debuttò con il Milan nell’aprile del 1978, a Verona, quando aveva appena diciassette anni. In quegli anni tutti lo chiamavano “Piscinin”, un soprannome che richiamava il suo fisico ancora esile e la giovane età. Ben presto, però, quel ragazzo dimostrò qualità fuori dal comune e conquistò la fiducia dello spogliatoio.
Tra coloro che credettero immediatamente nel suo talento ci fu Gianni Rivera, che lo accolse tra i grandi del Milan e ne intuì il futuro da campione. Già dalla stagione successiva Baresi diventò il punto di riferimento della difesa rossonera, contribuendo alla conquista del decimo scudetto della storia del club. Nemmeno le dolorose retrocessioni del 1980 e del 1982 riuscirono a incrinare il suo rapporto con il Milan. Scelse di restare, dimostrando un attaccamento ai colori rossoneri che ancora oggi rappresenta uno degli esempi più significativi di fedeltà nel calcio moderno.
Il “Kaiser” che rivoluzionò il ruolo del libero
Con il passare degli anni il soprannome “Piscinin” lasciò spazio a quello di “Kaiser Franz”. Il paragone con Franz Beckenbauer nacque naturalmente, perché anche Baresi interpretava il ruolo del libero con un’eleganza e una visione di gioco straordinarie. Non si limitava a fermare gli attaccanti avversari, ma costruiva l’azione partendo dalla difesa, anticipava le giocate grazie a un’intelligenza tattica eccezionale e guidava tutta la squadra con personalità.
La sua carriera attraversò alcune delle stagioni più gloriose del Milan. Lavorò con tecnici del calibro di Nils Liedholm, Arrigo Sacchi e Fabio Capello, contribuendo a costruire una delle squadre più forti della storia del calcio europeo. In campo condivise lo spogliatoio con campioni come Paolo Maldini, Marco Van Basten e lo stesso Gianni Rivera, imponendosi sempre come guida tecnica e morale.
Il suo palmarès resta impressionante. Con il Milan conquistò sei campionati italiani, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, quattro Supercoppe europee e due Supercoppe italiane. Nel 1989 sfiorò anche il Pallone d’Oro, premio assegnato a Marco Van Basten, in un periodo in cui sembrava quasi impossibile immaginare un difensore sul gradino più alto del calcio mondiale.
L’avventura con la Nazionale italiana
Anche con la maglia azzurra Franco Baresi lasciò un segno profondo. Entrò a far parte della rosa che conquistò il Mondiale del 1982 guidata da Enzo Bearzot, pur senza scendere in campo durante il torneo. Negli anni successivi diventò uno dei pilastri della Nazionale grazie alla sua versatilità, alla capacità di leggere le situazioni di gioco e alla disponibilità nel ricoprire anche ruoli diversi quando le esigenze tattiche lo richiedevano.
Tra le immagini più emozionanti della sua carriera resta quella del Mondiale disputato negli Stati Uniti nel 1994. Dopo aver recuperato in tempi eccezionalmente rapidi da un grave infortunio, riuscì a guidare l’Italia fino alla finale di Pasadena. Al termine della sfida persa ai calci di rigore, il volto segnato dalle lacrime di Baresi diventò il simbolo del dolore di un’intera nazione sportiva. Quelle immagini sono rimaste impresse nella memoria collettiva e ancora oggi rappresentano una delle fotografie più intense della storia della Nazionale.
Un’eredità destinata a non tramontare
Franco Baresi lascia molto più di un elenco di trofei. Lascia un modello di correttezza, professionalità e appartenenza che pochi calciatori hanno saputo incarnare con la stessa intensità. Ha ispirato intere generazioni di difensori grazie alla sua eleganza, alla capacità di anticipare gli avversari e a una leadership costruita sul lavoro quotidiano. Il suo nome continuerà a vivere nella storia del Milan, della Nazionale italiana e del calcio mondiale.
“Piscinin” diventò il “Kaiser” senza mai perdere l’umiltà che lo aveva accompagnato fin dagli esordi. Il suo ricordo resterà per sempre legato ai colori rossoneri, alla maglia azzurra e a un modo unico di interpretare il calcio, fatto di talento, sacrificio e assoluta dedizione.
A cura di Nora Taylor
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