I sostegni economici destinati alle famiglie, tra cui l’Assegno unico universale, possono contribuire ad aumentare il numero delle nascite. Tuttavia, secondo il nuovo XXV Rapporto annuale dell’Inps, queste misure rischiano anche di ridurre la partecipazione femminile al mercato del lavoro quando non si accompagnano a strumenti concreti capaci di favorire l’equilibrio tra attività lavorativa e vita familiare.
Il documento, illustrato dal presidente Gabriele Fava, affronta inoltre numerosi temi strategici per il futuro del Paese: dalla sostenibilità del sistema previdenziale all’innalzamento dell’età pensionabile, passando per il contributo dei lavoratori stranieri e per la crescente digitalizzazione dei servizi dell’Istituto.
Durante la presentazione del Rapporto, Gabriele Fava ha ribadito un principio fondamentale, affermando: “Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito.”
La qualità del lavoro sostiene il sistema previdenziale
Secondo Gabriele Fava, il futuro delle pensioni non dipende soltanto dalle regole che disciplinano il pensionamento oppure dai criteri utilizzati per calcolare gli assegni previdenziali. Alla base di tutto resta infatti un mercato del lavoro forte, inclusivo e capace di garantire occupazione stabile.
Il presidente dell’Inps ha spiegato che “La sostenibilità previdenziale non si costruisce soltanto modificando requisiti, finestre e coefficienti. Si costruisce prima, dentro il mercato del lavoro. Se il lavoro è debole, la previdenza sarà fragile. Se i salari sono bassi, i contributi saranno insufficienti. Se giovani e donne restano ai margini, il sistema perde base contributiva, capacità produttiva e coesione.”
Gabriele Fava ha inoltre ricordato che il percorso previdenziale prende forma già dal primo impiego grazie alla continuità contributiva, alla qualità dell’occupazione, alla crescita della produttività e alla piena partecipazione di giovani e donne. Ha inoltre richiamato l’attenzione sull’importanza della lotta contro il lavoro sommerso, elemento decisivo per assicurare la stabilità del sistema previdenziale anche nei prossimi decenni.
Bonus natalità, asili nido e smart working possono cambiare il lavoro delle donne
L’analisi contenuta nel Rapporto evidenzia che l’Assegno unico universale e gli altri incentivi destinati alla natalità possono favorire, anche se soltanto in parte, un incremento delle nascite. Tuttavia, senza interventi strutturali, molte madri rischiano di ridurre o interrompere il proprio percorso professionale.
Lo scenario cambia sensibilmente quando entrano in gioco strumenti come il Bonus asilo nido e lo smart working. Entrambe le soluzioni permettono infatti di alleggerire il peso economico e organizzativo della gestione dei figli, rendendo più semplice la permanenza delle donne nel mercato del lavoro.
Il Rapporto sottolinea che il Bonus asilo nido aumenta di circa sei punti percentuali la probabilità che una madre trovi oppure mantenga un’occupazione.
Ancora più rilevanti risultano gli effetti del lavoro agile. Secondo l’Inps, lo smart working può ridurre fino all’87% la cosiddetta child penalty, cioè la penalizzazione economica e professionale che spesso accompagna la nascita di un figlio. Inoltre favorisce incrementi retributivi che possono raggiungere i 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita e produce effetti positivi anche sul tasso di natalità.
Gabriele Fava ha evidenziato questo aspetto dichiarando: “Il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari. La decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi di vita e tempi professionali, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri.”
Il Bonus asilo nido cresce ma il territorio continua a fare la differenza
Negli ultimi anni il ricorso al Bonus asilo nido ha registrato una crescita molto consistente. La quota dei potenziali beneficiari che utilizza questa misura è passata dal 4% del 2017 a oltre il 35% nel 2025.
Gabriele Fava, però, invita a leggere questi dati con attenzione. Le famiglie che possiedono un Isee più basso continuano infatti a utilizzare meno questo sostegno, soprattutto perché vivono in aree dove i servizi per l’infanzia risultano ancora insufficienti, il lavoro offre minori garanzie e l’occupazione femminile produce ritorni economici meno favorevoli.
Secondo il presidente dell’Inps, anche una misura universale può generare effetti differenti quando i territori non garantiscono le stesse opportunità di accesso ai servizi.
Lo stesso ragionamento vale per il lavoro agile. Prima del 2020 questa modalità risultava poco diffusa, mentre oggi rappresenta una componente sempre più importante dell’organizzazione aziendale. Se imprese e lavoratori la adottano correttamente, può attenuare le conseguenze economiche della maternità e favorire una distribuzione più equilibrata delle responsabilità familiari.
Gabriele Fava ha sintetizzato questo concetto affermando: “La denatalità non si contrasta con una misura sola. Richiede un ecosistema fatto di lavoro stabile, salari adeguati, servizi all’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale e cultura della condivisione.”
L’Inps punta quindi a rendere sempre più semplici, accessibili e integrati tutti gli strumenti dedicati alla famiglia, alla genitorialità e ai servizi di cura.
L’età pensionabile continua ad aumentare
Il Rapporto annuale fotografa anche la costante crescita dell’età media di pensionamento registrata negli ultimi trent’anni.
Per i dipendenti del settore privato si è passati dai 57 anni e 7 mesi del 1995 ai 64 anni e 10 mesi del 2025, con un incremento complessivo pari a 7 anni e 3 mesi.
Considerando insieme lavoratori pubblici e privati, l’età media raggiunge nel 2025 i 64 anni e 7 mesi, contro i 64 anni e 5 mesi del 2024 e i 61 anni e 7 mesi rilevati nel 2012.
Le pensioni di vecchiaia restano ormai stabilmente intorno ai 67 anni dal 2020, mentre le pensioni anticipate mostrano un andamento più variabile. Dopo il picco di 62,1 anni raggiunto nel 2020, l’età media scende a 61,7 anni nel 2025 anche grazie alle diverse misure di flessibilità introdotte negli ultimi anni.
Le donne raggiungono la pensione mediamente più tardi degli uomini
L’analisi dedicata ai dipendenti privati evidenzia che negli ultimi anni le donne hanno superato leggermente gli uomini per quanto riguarda l’età media di pensionamento.
Le lavoratrici ricorrono infatti più spesso alla pensione di vecchiaia, che si colloca vicino ai 67 anni, mentre gli uomini utilizzano con maggiore frequenza gli strumenti di pensionamento anticipato.
Nel 1995 l’età media per la pensione di vecchiaia risultava pari a circa 61 anni per gli uomini e 57 anni per le donne, poiché la normativa prevedeva requisiti differenti. Con il progressivo adeguamento legislativo e con l’equiparazione tra uomini e donne, queste differenze si sono ridotte gradualmente.
Nel 2025 l’età media raggiunge circa 67,1 anni per gli uomini e 67,3 anni per le donne.
Anche il percorso delle pensioni anticipate ha subito numerose trasformazioni. Nel 1995 l’età media si attestava intorno ai 54 anni per gli uomini e ai 52 anni per le donne. Successivamente le continue modifiche legislative hanno cambiato profondamente il sistema.
La riforma Fornero ha segnato il principale punto di svolta grazie all’innalzamento dei requisiti contributivi e al superamento della pensione di anzianità. In seguito, Quota 100, in vigore dal 2019 al 2021, ha consentito il pensionamento con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. La successiva introduzione di Quota 102 e Quota 103 ha riportato gradualmente l’età media verso i livelli previsti dalle regole ordinarie.
Un lavoratore dipendente su sette proviene dall’estero
Il Rapporto evidenzia anche la crescita costante dei lavoratori provenienti da Paesi extra Unione europea.
Tra il 2019 e il 2025 il loro numero è aumentato di oltre il 35% e oggi un lavoratore dipendente su sette è straniero.
Gabriele Fava invita a leggere questo fenomeno senza contrapposizioni ideologiche, sottolineando che una quota sempre più consistente della capacità produttiva italiana e della base contributiva dipende dalla corretta gestione dei flussi migratori.
Secondo il presidente dell’Inps, il Paese deve orientare questi flussi verso le reali esigenze del sistema produttivo attraverso percorsi di formazione, integrazione, legalità e occupazione regolare, favorendo un modello fondato sulla responsabilità condivisa e sulla convivenza.
L’Inps accelera sulla trasformazione digitale del welfare
Nel corso della presentazione del Rapporto, Gabriele Fava ha illustrato anche il percorso di evoluzione dell’Istituto.
L’obiettivo consiste nel trasformare l’Inps da semplice ente che eroga prestazioni a una moderna infrastruttura nazionale del welfare, capace di offrire servizi, strumenti e percorsi sempre più efficaci per cittadini, famiglie e imprese.
I risultati della digitalizzazione confermano questa trasformazione. Nel 2025 il sistema MyInps ha raggiunto quasi un miliardo di servizi digitali in ambiente autenticato.
L’app Inps Mobile ha totalizzato 5,5 milioni di download in appena diciotto mesi e oltre 300 milioni di accessi autenticati.
Il portale dedicato ai giovani ha registrato circa 3 milioni di accessi nell’arco di un anno, mentre il portale dedicato alla famiglia e alla genitorialità ha superato i 500 mila accessi in soli quattro mesi, con una media di circa 120 mila visite mensili, quasi triplicate rispetto alla fase precedente.
In conclusione, Gabriele Fava ha sottolineato che tutti questi strumenti fanno parte di un unico ecosistema digitale destinato a ridisegnare il welfare italiano, con servizi sempre più semplici, integrati, accessibili e vicini alle esigenze di cittadini, famiglie e imprese.
A cura di Nora Taylor
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