Un’intesa finanziaria dal valore minimo di 5,5 miliardi di dollari è stata avanzata da Johnson & Johnson per definire la quasi totalità delle vertenze legali nate dalle accuse sul celebre Johnson’s Baby Powder e su ulteriori articoli a base di talco. Le azioni giudiziarie, promosse da numerose donne, contestavano la presenza di fibre di amianto nella polvere igienica, ritenuta responsabile dell’insorgenza di neoplasie ovariche. L’operazione mira a mettere un punto fermo a una complessa disputa sulla responsabilità da prodotto che si trascina negli Stati Uniti da oltre un decennio.
Il piano concordato tra i legali del gruppo farmaceutico e i rappresentanti delle parti lese punta a estinguere circa 76.000 richieste di risarcimento riunite presso il tribunale federale del New Jersey e diverse corti statali. L’efficacia e la validità dell’accordo restano tuttavia subordinate all’approvazione di almeno il 95 percento delle persone coinvolte nella controversia. L’articolazione dei versamenti prevede l’erogazione di una tranche iniziale di circa 3 miliardi di dollari nel 2027, mentre la somma residua verrà saldata nel corso del 2028. Ciononostante, i principali avvocati dell’accusa stimano che l’ammontare complessivo versato dalla multinazionale possa superare i 7 miliardi di dollari, in funzione del tasso finale di adesione.
Un decennio di sentenze, risarcimenti milionari e manovre fallimentari
La prolungata battaglia civile ha preso il via nei primi anni duemila, quando diverse utilizzatrici e i parenti di donne decedute hanno evidenziato un legame diretto tra l’impiego continuativo del talco minerale e l’insorgere del cancro alle ovaie. Nel corso del tempo le aule giudiziarie hanno emesso pronunce di forte impatto. Nel 2016 i familiari di Jacqueline Fox hanno ottenuto un risarcimento di 72 milioni di dollari a seguito della scomparsa della donna, mentre nel 2018 un collegio giudicante del Missouri ha stabilito una sanzione di 4,7 miliardi di dollari a beneficio di 22 ricorrenti. Più di recente, nell’ottobre 2025, una corte della California ha inflitto una condanna da 966 milioni di dollari ai danni della società in favore dei parenti di una singola vittima.
Per arginare l’esposizione finanziaria legata alle denunce, Johnson & Johnson ha provato in tre occasioni a ricorrere alla tattica legale nota come Texas Two-Step. La procedura consisteva nel trasferire il carico delle passività giuridiche a una controllata creata appositamente, la LTL Management, chiedendone poi la ristrutturazione attraverso il Chapter 11. Le magistrature fallimentari statunitensi hanno però rigettato a più riprese questo impianto, costringendo il gruppo alla trattativa diretta in sede civile. In precedenza, il colosso americano aveva già definito intese risarcitorie separate per la quasi totalità dei procedimenti connessi al mesotelioma, tumore diagnosticato a seguito dell’inalazione di amianto.
Divergenze scientifiche, reazione dei mercati e controcolpi internazionali
Sebbene la cifra pattuita sia imponente, Johnson & Johnson continua a respingere ogni addebito sul piano scientifico. Erik Haas, vicepresidente dell’azienda per il contenzioso, ha ribadito che le contestazioni sono prive di fondamento scientifico e che il gruppo confidava nel ribaltare le sentenze nei gradi successivi, precisando che la scelta transattiva è stata intrapresa per eliminare i rischi legali e focalizzare le risorse sul settore farmaceutico e dei dispositivi medici. Al contrario, i legali delle vittime sostengono che le carte interne emerse nelle deposizioni dimostrino la piena consapevolezza decennale dell’azienda riguardo alla presenza di amianto nei giacimenti di talco, tenuta nascosta sia ai consumatori sia agli organi di controllo.
Nel frattempo, la piazza finanziaria di Wall Street ha accolto favorevolmente l’intesa con un incremento del titolo nelle contrattazioni after-hours, considerando l’accordo come il superamento di un freno paralizzante. Sul fronte industriale e sanitario, le ripercussioni appaiono definitive. Nel 2020 la società ha bloccato la distribuzione del prodotto minerale negli USA e in Canada, per poi giungere al ritiro globale nel 2023, rimpiazzando il talco con una formulazione a base di amido di mais. Inoltre, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS ha innalzato la valutazione di rischio, inserendo il talco per uso perineale tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo. La pressione legale nei confronti del gruppo non si esaurisce negli Stati Uniti, dato che nel Regno Unito resta aperta una class action promossa per conto di circa 3.000 cittadini britannici, con pretese risarcitorie superiori a 1 miliardo di sterline.
A cura della redazione
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