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I bunker dei miliardari per sfuggire all’apocalisse

Ranch isolati, rifugi sotterranei, energia autonoma e terreni lontani dai principali scenari di guerra: tra Argentina, Hawaii e Nuova Zelanda cresce la strategia dei grandi patrimoni per prepararsi agli scenari più estremi

by Nora Taylor
ph web bunker zuckerberg
La paura della fine della civiltà non appartiene soltanto alla fantascienza. Negli ambienti dell’alta finanza e della tecnologia esiste da anni una vera cultura della preparazione alle catastrofi, alimentata dal timore di guerre nucleari, pandemie, crisi energetiche, collasso delle infrastrutture e conseguenze imprevedibili dell’intelligenza artificiale. Il fenomeno torna al centro dell’attenzione anche grazie a Mountainhead, il film diretto da Jesse Armstrong che racconta quattro miliardari della tecnologia alle prese con una crisi globale e con la necessità di trovare un luogo sicuro lontano dal resto del mondo. La vicenda cinematografica prende spunto da una realtà che coinvolge da tempo alcuni dei protagonisti più ricchi della Silicon Valley.

Nel 2017 Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, stimò che più della metà dei miliardari della Silicon Valley avesse acquistato una qualche forma di quella che definì “apocalypse insurance”. L’espressione non indica una vera polizza assicurativa, ma un insieme di proprietà, bunker, rifugi e terreni isolati che possono offrire una via di fuga in caso di emergenza estrema. Hoffman spiegò che tra gli imprenditori tecnologici l’acquisto di una casa in una località remota poteva rappresentare una sorta di protezione patrimoniale e personale contro scenari considerati difficili da prevedere.

Wamani, il rifugio sulle Ande che guarda all’Argentina

Uno degli esempi più recenti arriva dall’Argentina, dove Martín Varsavsky e altri imprenditori hanno sviluppato il progetto Wamani, una proprietà di circa 32mila ettari nella provincia di Mendoza, ai piedi delle Ande. Il progetto punta sull’isolamento geografico e sulla possibilità di costruire una comunità capace di mantenere una certa autonomia anche nel caso di una grave crisi internazionale. La scelta dell’area nasce dalla distanza rispetto ai principali centri di potere militare e industriale del mondo, ma anche dalla disponibilità di terreni agricoli, risorse energetiche e acqua.

Secondo le informazioni più recenti, nella tenuta sono comparsi piccoli edifici prefabbricati, cupole geodetiche e un’aviosuperficie. Il progetto prevede inoltre l’utilizzo dell’energia solare e lo sviluppo di attività agricole e di allevamento. Varsavsky, che ha acquistato il terreno insieme ad altri cinque imprenditori argentini e statunitensi, immagina Wamani come qualcosa di diverso dal classico bunker sotterraneo: l’obiettivo consiste nella creazione di un luogo dove una comunità possa continuare a vivere e produrre risorse anche dopo una crisi di proporzioni globali.

Martín Varsavsky ha sintetizzato questa visione con parole molto nette: «Vogliamo mantenere in vita società complesse anche dopo una devastante guerra nucleare globale». Il progetto guarda inoltre alla crescente attenzione internazionale verso l’Argentina dopo l’elezione del presidente Javier Milei. Varsavsky sostiene infatti che l’intero Cono Sud possa offrire condizioni particolarmente favorevoli in uno scenario di forte instabilità internazionale.

Il complesso di Zuckerberg alle Hawaii

Un altro caso molto noto riguarda Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta. Sull’isola hawaiana di Kauai, Zuckerberg e sua moglie Priscilla Chan hanno sviluppato il grande complesso denominato Koolau Ranch. Le informazioni contenute nei documenti e nelle ricostruzioni giornalistiche descrivono una proprietà di dimensioni eccezionali, con numerosi edifici, infrastrutture autonome e un rifugio sotterraneo.

Il complesso comprende un rifugio sotterraneo di circa 5.000 piedi quadrati, equivalenti a poco più di 460 metri quadrati, collegato al resto della proprietà attraverso un sistema di passaggi. Il progetto comprende inoltre sistemi per l’approvvigionamento energetico e alimentare, strutture agricole, allevamenti e imponenti misure di sicurezza. Il valore complessivo dell’investimento, considerando l’acquisto dei terreni e le principali opere, supera i 270 milioni di dollari.

Lo stesso Zuckerberg ha però ridimensionato la definizione di “bunker” attribuita alla struttura sotterranea, descrivendola come una sorta di rifugio o seminterrato. Resta comunque evidente la particolare attenzione dedicata all’autonomia della proprietà. Il complesso di Kauai punta infatti a disporre di proprie risorse energetiche e alimentari e presenta caratteristiche di sicurezza molto più sofisticate rispetto a quelle di una normale residenza privata.

Peter Thiel e la scelta della Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda rappresenta da anni uno dei luoghi preferiti dai super-ricchi interessati a possibili rifugi lontani dai grandi centri geopolitici. Tra i nomi più noti compare quello di Peter Thiel, cofondatore di PayPal e investitore nel settore tecnologico. Thiel ha acquistato terreni nell’area di Wanaka, nell’Isola del Sud, alimentando l’attenzione internazionale sulle strategie dei miliardari che cercano luoghi remoti dove proteggere famiglia e patrimonio.

Il caso neozelandese presenta però anche un elemento importante che spesso scompare nelle ricostruzioni più spettacolari. Nel 2022 le autorità locali respinsero la richiesta relativa a un grande lodge progettato per la proprietà di Thiel a Wanaka. I commissari giudicarono il progetto troppo dominante rispetto al paesaggio circostante. Il caso dimostra quindi che acquistare un terreno remoto non significa automaticamente poter realizzare qualsiasi struttura o trasformare una proprietà privata in una fortezza personale.

Quando il denaro non basta più

La domanda centrale riguarda ciò che potrebbe accadere dopo una catastrofe capace di mettere in crisi le istituzioni e l’economia globale. Un bunker può offrire energia, acqua, cibo e protezione per un determinato periodo, ma non può risolvere da solo tutti i problemi legati alla sopravvivenza di una comunità. In uno scenario di collasso prolungato diventerebbero fondamentali competenze, agricoltura, manutenzione degli impianti, assistenza sanitaria, sicurezza e capacità di collaborare.

È proprio questo il punto più delicato della strategia dei super-ricchi. Un patrimonio immenso conserva il proprio valore soltanto finché esistono istituzioni, mercati, infrastrutture e una società organizzata. Se questi sistemi dovessero crollare, il denaro potrebbe perdere gran parte della propria utilità. Per questo alcuni progetti puntano non soltanto sulle porte blindate o sui rifugi sotterranei, ma sulla produzione autonoma di energia e cibo, sull’accesso all’acqua e sulla presenza di persone in grado di mantenere operative le strutture.

La corsa ai rifugi rappresenta quindi molto più di una curiosità legata alle abitudini dei miliardari. Mostra una particolare interpretazione del rischio globale, nella quale alcune delle persone che hanno costruito fortune grazie alla tecnologia cercano contemporaneamente luoghi fisici lontani dalla stessa società che hanno contribuito a trasformare. Wamani in Argentina, Koolau Ranch alle Hawaii e le proprietà nella Nuova Zelanda raccontano strategie differenti, ma condividono una stessa idea: prepararsi in anticipo a un futuro nel quale la distanza geografica, l’autonomia energetica e la disponibilità di risorse potrebbero diventare più importanti della ricchezza finanziaria.

A cura di Nora Taylor
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