Tra le fotografie pubblicate da Matteo Berrettini dopo la sua esperienza agli US Open, una in particolare ha attirato l’attenzione. Il tennista compare disteso sul letto, apparentemente durante un momento di pausa, mentre indossa una maschera luminosa che gli copre il volto. Nella stessa immagine compare anche un dispositivo appoggiato sulla coscia. Un’immagine decisamente diversa da quelle che raccontano normalmente la carriera di un giocatore, fatta di partite, allenamenti, trofei e momenti vissuti sul campo.
La fotografia offre però soltanto un’indicazione visiva e non consente di stabilire quale trattamento preciso stesse effettuando il tennista. Non emergono infatti informazioni sufficienti sul modello utilizzato, sulle impostazioni della macchina o sulle indicazioni ricevute dal suo staff. Il particolare ha comunque riportato l’attenzione sulla fotobiomodulazione, una tecnologia che negli ultimi anni ha trovato spazio in diversi settori, compreso quello sportivo.
Il termine identifica una serie di trattamenti che utilizzano sorgenti luminose a bassa intensità per interagire con i tessuti. Alcuni dispositivi sfruttano la luce rossa, altri impiegano il vicino infrarosso e altri ancora combinano differenti lunghezze d’onda. La tecnologia può trovare applicazioni molto diverse e proprio per questo occorre distinguere attentamente un apparecchio dall’altro.
La terapia della luce e il suo funzionamento
La fotobiomodulazione non utilizza la luce semplicemente per riscaldare la superficie del corpo. Il principio alla base della tecnologia prevede l’interazione tra determinate lunghezze d’onda e componenti presenti nelle cellule. Gli studi scientifici hanno analizzato diversi possibili effetti biologici, concentrandosi anche sui processi cellulari legati alla produzione di energia e alla risposta dei tessuti.
La ricerca ha individuato possibili benefici in alcuni contesti, ma non considera tutti i trattamenti con luce equivalenti. La potenza del dispositivo, la durata dell’esposizione, la distanza dalla pelle, la frequenza delle sedute e la lunghezza d’onda utilizzata possono modificare sensibilmente il risultato. Per questo motivo non è possibile osservare una maschera LED e dedurre automaticamente quale effetto stia cercando di ottenere chi la indossa.
Le maschere destinate al volto vengono utilizzate soprattutto nell’ambito della cura della pelle. Alcune tecnologie impiegano la luce rossa per affrontare determinati problemi cutanei e per migliorare alcuni aspetti dell’aspetto della pelle. Altri apparecchi utilizzano combinazioni differenti e propongono finalità diverse.
Nel caso di Matteo Berrettini, la presenza della maschera non dimostra quindi che il tennista stia seguendo uno specifico trattamento dermatologico. Lo scatto permette soltanto di osservare l’utilizzo di un dispositivo luminoso, senza fornire dettagli sufficienti sul suo obiettivo.
Perché compare anche un apparecchio sulla coscia
Il dispositivo posizionato sulla coscia introduce un secondo elemento nella fotografia. La fotobiomodulazione ha infatti attirato l’interesse anche nel settore della preparazione atletica e del recupero fisico. La ricerca ha esaminato il possibile impiego della luce in relazione a dolore, risposta infiammatoria e processi che coinvolgono i tessuti dopo l’attività fisica.
Questo aspetto rende particolarmente interessante la fotografia di Berrettini, ma non permette di arrivare a conclusioni precise sul suo stato fisico. Non ci sono elementi sufficienti per affermare che quel dispositivo serva a trattare un particolare infortunio o una specifica lesione del tennista. Un apparecchio sulla coscia può rientrare in una routine di recupero generale oppure in un protocollo stabilito dallo staff per motivazioni che la fotografia non rende note.
Gli atleti professionisti utilizzano spesso strumenti differenti per gestire i carichi di allenamento e di gara. Dopo una partita, il recupero può comprendere numerose attività e ogni atleta può seguire un programma costruito sulle proprie necessità. L’utilizzo di una determinata tecnologia non permette quindi, da solo, di conoscere il quadro fisico di un giocatore.
Una tecnologia studiata anche nello sport
Il crescente interesse per la fotobiomodulazione ha portato la tecnologia anche all’interno del dibattito sul recupero degli sportivi. Alcune ricerche hanno valutato gli effetti della luce rossa e del vicino infrarosso sui tessuti e sulle risposte dell’organismo dopo lo sforzo. I risultati hanno alimentato l’interesse degli specialisti, ma la comunità scientifica continua a valutare con attenzione qualità e consistenza delle prove disponibili.
La terapia della luce non rappresenta dunque una soluzione universale capace di garantire automaticamente un recupero più rapido. Gli eventuali benefici dipendono dalle caratteristiche del trattamento e dall’obiettivo per il quale un professionista lo utilizza. Anche le modalità di applicazione possono cambiare completamente il risultato.
La fotografia di Matteo Berrettini permette quindi di osservare un momento della sua routine lontano dal pubblico e dai riflettori dei tornei. Dopo gli impegni americani, il tennista ha mostrato anche una parte meno spettacolare della propria attività: quella dedicata al recupero e alla gestione del corpo.
Il significato preciso della seduta resta comunque sconosciuto. Senza una spiegazione diretta di Matteo Berrettini o del suo staff, non è possibile stabilire quale apparecchio abbia utilizzato, quale protocollo abbia seguito e quale obiettivo abbia perseguito. La fotografia rimane quindi soprattutto una curiosità capace di mostrare quanto la tecnologia sia ormai presente nella quotidianità degli atleti professionisti.
Quella maschera luminosa, apparentemente un dettaglio curioso inserito tra molte altre fotografie, apre così una finestra su un aspetto poco conosciuto della vita di un campione. Dietro le partite e gli allenamenti esiste infatti un lavoro quotidiano dedicato alla preparazione e al recupero. La luce rappresenta una delle tecnologie che la ricerca continua a studiare, mentre il suo utilizzo concreto dipende sempre dal dispositivo e dal protocollo adottato.
A cura di Nora Taylor
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