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Shein il massacro dei dipendenti

Shein, la moda che sfrutta: dentro l’inferno delle fabbriche cinesi

by Nora Taylor
fabbriche shein

Dentro l’incubo Shein: turni massacranti, diritti negati e il vero costo della moda low-cost che incanta il mondo

Una reporter sotto copertura svela turni massacranti e diritti calpestati

Diciotto ore di lavoro al giorno. Una sola giornata di riposo al mese. Paghe da fame, che crollano a pochi centesimi per ogni capo cucito. È questo l’inferno produttivo dietro gli abiti glitterati di Shein, il colosso cinese della moda ultra low-cost. Una giornalista d’inchiesta è riuscita a entrare in una delle fabbriche che producono per l’azienda e ha raccolto testimonianze sconcertanti, che confermano le denunce degli attivisti: il fast fashion non solo non cambia, ma peggiora.

“Shein è il fast fashion sotto steroidi”, dichiarano le associazioni che da anni combattono per condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile. Il marchio, famoso per la sua strategia di vendita aggressiva e l’uso smodato di microtendenze, pubblica migliaia di nuovi modelli ogni giorno, venduti a prezzi irrisori. Ma dietro ogni T-shirt a 2,99 euro si nasconde un prezzo molto più alto, pagato da chi cuce quelle stesse T-shirt con le mani spellate e le schiene spezzate.

Zero tutele, massimo profitto: l’altra faccia del business

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fabbriche shein PH WP

Le testimonianze raccolte dalla reporter mostrano operai costretti a lavorare senza contratto, senza assicurazione sanitaria, senza orari. Gli imprenditori li puniscono con multe se sbagliano una cucitura o se chiedono un giorno libero. Nessuna festività, nessun rispetto della dignità umana. La parola d’ordine è una sola: produrre, produrre, produrre. A ogni costo.

Shein, che ha costruito un impero da miliardi di dollari, continua a negare responsabilità diretta, scaricando la colpa sui fornitori. Ma la verità è che l’intero modello di business si fonda su un ritmo produttivo insostenibile, che può esistere solo violando sistematicamente i diritti dei lavoratori. E non si tratta di casi isolati: un’inchiesta del 2022 parlava già di condizioni disumane in oltre 300 fabbriche legate all’azienda.

Il prezzo della velocità lo pagano i più fragili

Mentre gli influencer sponsorizzano haul da migliaia di euro e le teenager si vestono con cinque euro, i lavoratori dietro quelle cuciture dormono su materassi di fortuna, accanto alle macchine da cucire. Alcuni operai hanno raccontato di non vedere la luce del sole per settimane, intrappolati in stabilimenti che somigliano più a prigioni che a fabbriche.

L’ossessione per l’acquisto compulsivo, spinta da un marketing martellante e da sconti continui, sta cancellando non solo il valore del lavoro, ma anche il senso stesso di ciò che indossiamo. Una moda che consuma tutto, perfino le persone.

Consumatori complici? L’etica non va mai fuori moda

Chi compra da Shein, magari per necessità o per moda, non può più ignorare ciò che accade dietro le quinte. Ognuno di noi partecipa, volente o nolente, a questa catena di consumo. Ma esistono alternative, e soprattutto esiste una domanda urgente: quanto vale un abito, se a produrlo è la sofferenza?

Serve una presa di coscienza collettiva. Non basta indignarsi, bisogna scegliere diversamente, chiedere trasparenza, sostenere marchi etici. Perché la moda non dovrebbe mai fare rima con sfruttamento.

A cura di Veronica Aceti

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