Home Daynews24Beewashing: quando le buone intenzioni potrebbero far danni

Beewashing: quando le buone intenzioni potrebbero far danni

Il fenomeno del Beewashing mette a rischio la reale protezione degli ecosistemi, spostando l'attenzione dalle specie selvatiche a quelle allevate

by Davide Cannata
beewashing ph press

Nel panorama globale si contano più di 20.000 specie di api e oltre 200.000 varietà di impollinatori selvatici, eppure l’attenzione mediatica e le politiche aziendali per la natura si focalizzano quasi totalmente sull’Apis mellifera. Questa specie domestica, gestita dall’uomo per la produzione di miele e l’impollinazione agricola, viene spesso erroneamente considerata l’unico simbolo della biodiversità. Rete Clima, ente tecnico operativo dal 2011, mette in guardia dal fenomeno del beewashing, un termine apparso nella letteratura scientifica nel 2015. Tale concetto indica quelle iniziative che, pur dichiarando intenti ecologici, si limitano a promuovere l’allevamento di api mellifere senza agire sui reali fattori che garantiscono la salute degli ecosistemi, come il ripristino degli habitat naturali e la rigenerazione territoriale.

Rischi ambientali e squilibri tra specie domestiche e selvatiche

La proliferazione incontrollata di alveari può generare criticità ecologiche significative, influenzando negativamente gli impollinatori spontanei. Le ricerche scientifiche evidenziano il pericolo dello spillover di patogeni, ovvero il passaggio di malattie dalle api di allevamento a quelle selvatiche, oltre a una possibile competizione per le risorse floreali in zone con troppi alveari e pochi fiori. La conservazione degli ecosistemi è un tema che non può essere affrontato attraverso semplificazioni o azioni isolate: il punto centrale non è aumentare il numero di alveari di api mellifere al presunto scopo di aumentare l’impollinazione naturale, e quindi tutelare gli ecosistemi, ma è invece quello di migliorare le condizioni ecologiche che consentono alle diverse specie di vivere e di prosperare dentro gli ecosistemi stessi, afferma Paolo Viganò, fondatore di Rete Clima. Secondo l’esperto, la resilienza degli impollinatori selvatici dipende esclusivamente dalla qualità dei loro habitat e dalla biocomplessità dell’ambiente.

Il ruolo delle imprese e la credibilità scientifica dei progetti ESG

La tutela della natura è ormai un pilastro fondamentale dei modelli di valutazione ESG e del reporting aziendale, rendendo la biodiversità una vera e propria infrastruttura naturale per la stabilità climatica e la sicurezza alimentare. Per le aziende, evitare il beewashing è essenziale per non incorrere in danni reputazionali e per garantire l’efficacia dei propri investimenti ambientali. Come sottolinea Paolo Viganò, il rischio del beewashing è quello di generare una percezione di impatto positivo verso la conservazione della natura e della biodiversità che però non è supportata da risultati reali: questo può portare a implicazioni non solo ambientali ma anche reputazionali. Un contesto in cui la solidità scientifica delle iniziative ambientali diventa anche un elemento determinante di credibilità per le imprese, che oggi hanno l’opportunità di rafforzare la propria strategia ESG attraverso interventi ambientali coerenti, misurabili e integrati, capaci di contribuire concretamente alla tutela della biodiversità e alla resilienza dei sistemi naturali. Per questo motivo, le strategie societarie devono evolvere verso progetti di riqualificazione ecologica e gestione sostenibile, basati su dati misurabili e coerenza scientifica.

A cura della Redazione
Leggi anche: Gli errori invisibili che rovinano la tua pelle ogni giorno
Seguici su Instagram!

error: Il contenuto è protetto!!