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Fuga dei cervelli, all’estero gli stipendi salgono del 60%

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 mostra un divario retributivo molto ampio tra chi lavora in Italia e chi costruisce la propria carriera oltreconfine, mentre il nostro Paese riesce comunque a trattenere una quota consistente dei laureati internazionali

by Nora Taylor
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La distanza tra il mercato del lavoro italiano e quello di molti Paesi stranieri emerge con particolare evidenza quando si osservano gli stipendi dei laureati. Il Rapporto AlmaLaurea 2026 descrive una generazione sempre più mobile, capace di cercare opportunità anche oltre i confini nazionali e meno disposta ad accettare condizioni professionali considerate poco soddisfacenti. Il principale elemento che rende difficile il ritorno in Italia riguarda proprio la differenza nelle retribuzioni, alla quale si aggiungono le prospettive di carriera, l’organizzazione del lavoro e le possibilità di crescita professionale.

A cinque anni dalla laurea, chi ha conseguito un titolo di secondo livello e lavora all’estero raggiunge in media una retribuzione di circa 2.941 euro netti al mese. In Italia, invece, la stessa categoria arriva a circa 1.840 euro. Il divario sfiora quindi il 60%, creando una differenza economica che può incidere profondamente sulla scelta di restare fuori dal Paese. Anche a un anno dalla laurea la distanza resta consistente: i laureati che lavorano oltreconfine percepiscono mediamente circa 2.290 euro netti mensili, mentre quelli che lavorano in Italia si fermano intorno ai 1.452 euro.

Per molti laureati il ritorno resta lontano

La differenza salariale rappresenta soltanto uno degli elementi che influenzano le decisioni dei giovani professionisti. Una volta trasferiti all’estero, molti laureati costruiscono infatti una rete professionale, acquisiscono nuove competenze e trovano percorsi di carriera che rendono meno conveniente un eventuale rientro. Quasi sette laureati italiani su dieci che lavorano fuori dal Paese considerano poco o per nulla probabile un ritorno in Italia nei cinque anni successivi.

Il dato mostra quanto la mobilità internazionale possa trasformarsi da esperienza temporanea in scelta di lungo periodo. Il trasferimento iniziale può nascere dalla volontà di conoscere un nuovo ambiente, migliorare la propria formazione o cercare il primo impiego. Con il passare degli anni, però, entrano in gioco altri fattori. Un contratto più vantaggioso, uno stipendio maggiore, migliori prospettive professionali e una maggiore autonomia possono consolidare la permanenza all’estero. Quando il laureato raggiunge una posizione professionale soddisfacente, il rientro richiede condizioni abbastanza competitive da giustificare il cambiamento.

Germania e Svizzera attirano molti giovani italiani

L’Europa rappresenta una delle principali destinazioni per i laureati italiani che scelgono di trasferirsi. Tra i Paesi più presenti nelle loro traiettorie professionali figurano soprattutto Germania e Svizzera, seguite da altre importanti economie europee. La Germania raccoglie una quota significativa dei laureati italiani occupati oltreconfine, mentre la Svizzera mantiene un forte richiamo grazie alla solidità del mercato del lavoro e ai livelli retributivi.

Tra le altre destinazioni compaiono Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito. La scelta della destinazione dipende quindi da un insieme di fattori che comprende salari, opportunità professionali, settore di impiego, qualità della vita e prospettive di carriera. La mobilità non coinvolge la maggioranza dei laureati, ma assume un peso rilevante quando si osservano le persone con profili altamente qualificati e una maggiore disponibilità a trasferirsi.

A un anno dal conseguimento del titolo, la quota di laureati che lavora all’estero resta contenuta rispetto al totale. Il fenomeno acquista però maggiore importanza nel lungo periodo, soprattutto quando l’esperienza internazionale permette di consolidare una carriera. In questi casi il trasferimento non rappresenta più soltanto una parentesi professionale, ma diventa parte integrante del percorso lavorativo.

L’Italia riesce però ad attrarre talenti stranieri

Il rapporto presenta anche un elemento positivo per il sistema universitario italiano. Il nostro Paese non perde soltanto laureati, ma riesce anche ad attirare giovani provenienti dall’estero. Una quota consistente dei laureati internazionali che completano gli studi in Italia sceglie infatti di rimanere nel nostro Paese anche dopo la laurea. A cinque anni dal titolo, circa il 60% risulta ancora occupato in Italia.

Questo risultato mostra una realtà diversa rispetto alla tradizionale immagine dell’Italia come Paese incapace di trattenere competenze. Gli atenei italiani riescono ad attirare studenti internazionali e, in una parte significativa dei casi, il mercato del lavoro nazionale riesce successivamente a inserirli. La permanenza risulta particolarmente elevata tra le donne, mentre tra gli uomini emerge una quota inferiore.

Il fenomeno crea quindi una situazione apparentemente contraddittoria: l’Italia perde una parte dei propri laureati, ma nello stesso tempo riesce ad accogliere e trattenere una componente importante di talenti internazionali. La sfida consiste nel trasformare questa capacità di attrazione in una strategia più ampia, capace di rafforzare il sistema produttivo e aumentare il valore delle competenze presenti nel Paese.

Più occupazione, ma resta il problema degli stipendi

I dati sull’occupazione mostrano un quadro complessivamente positivo. Dopo alcuni anni dal conseguimento del titolo, la grande maggioranza dei laureati trova un impiego. Il problema riguarda quindi sempre meno la semplice possibilità di entrare nel mercato del lavoro e sempre più le caratteristiche dell’occupazione raggiunta. Retribuzione, stabilità, possibilità di crescita e coerenza tra studi e professione diventano elementi decisivi per valutare la qualità del percorso lavorativo.

Anche le aspettative dei giovani cambiano. I laureandi mostrano una disponibilità crescente a scegliere con maggiore attenzione il lavoro da accettare e attribuiscono un peso superiore alla qualità complessiva dell’esperienza professionale. Non conta più soltanto ottenere un posto, ma trovare condizioni compatibili con le proprie competenze e con il progetto personale.

La direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo, ha sottolineato l’importanza di una visione del lavoro che consideri anche aspetti diversi dal semplice guadagno. «Non sono più solo carriera e guadagno a contare», ha spiegato, richiamando l’attenzione sulla crescente importanza attribuita dai giovani al tempo libero, alla flessibilità, all’autonomia e alla qualità delle relazioni professionali.

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 consegna così un’immagine complessa della mobilità dei laureati italiani. Il nostro Paese continua a formare competenze che una parte dei giovani decide di valorizzare all’estero, soprattutto quando trova salari e prospettive più vantaggiosi. Allo stesso tempo, l’Italia conserva una capacità significativa di attrarre laureati internazionali e di convincerne una parte a costruire qui il proprio futuro.

Per ridurre la fuga dei cervelli non basta quindi aumentare il numero degli occupati. Occorre intervenire sulla qualità delle opportunità disponibili, sulle retribuzioni e sui percorsi di crescita. Il vero obiettivo consiste nel rendere il mercato italiano abbastanza competitivo da trattenere chi vuole partire e abbastanza attrattivo da convinciare chi è già all’estero a tornare. Solo in questo modo la mobilità internazionale potrà trasformarsi da perdita di capitale umano in una risorsa capace di alimentare nuove competenze, relazioni professionali e sviluppo economico.

A cura di Nora Taylor
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