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Medici di famiglia, la riforma che agita la sanità

Un decreto sul ruolo dei medici di famiglia ridisegna convenzioni, contratti e presenza nelle Case di Comunità, aprendo uno scontro frontale con i sindacati

by Davide Cannata
ph web medici di base

Clima incandescente nella sanità italiana dopo la diffusione della bozza di decreto legge firmata dal Ministro della Salute Orazio Schillaci. Il testo introduce una svolta significativa per i medici di base, ai quali verrebbe offerta la possibilità di passare dal regime di convenzione a quello di dipendenti pubblici su base volontaria. Una modifica considerata centrale per rendere pienamente operative le Case di Comunità in fase di sviluppo su tutto il territorio nazionale.

La protesta dei medici di base

La risposta della categoria è stata immediata e particolarmente dura. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale ha espresso una netta contrarietà, definendo il progetto rischioso e potenzialmente dannoso. Secondo la Fimmg, il provvedimento comprometterebbe il rapporto di fiducia tra medico e paziente, oltre a essere stato elaborato senza un confronto con le organizzazioni sindacali. *”È inaccettabile che una riforma di tale portata venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto”*, affermano i rappresentanti dei medici, chiedendo l’intervento diretto della Presidenza del Consiglio.

Obiettivi della riforma e numeri del sistema

Dal canto suo, il Ministro Schillaci rivendica l’impostazione del decreto, sottolineando come l’obiettivo sia quello di costruire una sanità più efficiente e vicina alle persone più fragili. Il fulcro della riforma è l’integrazione stabile dei medici di famiglia nelle strutture territoriali previste dal Piano Nazionale di Ripresa. Attualmente sono attive 781 Case di Comunità, ma il piano del governo prevede di arrivare a quota 1.715 entro giugno 2026, con l’intento di ridurre la pressione sui Pronto Soccorso.

Tra i cambiamenti più discussi emerge il nuovo sistema di compensi, che non sarà più legato soltanto al numero di assistiti ma anche al coinvolgimento nella rete territoriale e alla gestione dei pazienti cronici. Una trasformazione che modifica un modello economico consolidato e che, secondo i sindacati, rischia di aumentare la burocrazia e rendere la professione ancora meno attrattiva.

Carenza di personale e criticità tecniche

I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe descrivono un quadro già critico: mancano oltre 5.700 medici sul territorio e tra il 2019 e il 2024 il sistema ha perso più di cinquemila professionisti. La media nazionale è salita a 1.383 assistiti per ogni medico di famiglia, un carico che scoraggia i giovani laureati, sempre più orientati verso specializzazioni ospedaliere.

Ulteriori criticità riguardano i requisiti richiesti per accedere al nuovo status di dipendenza. La Fimmg evidenzia come l’obbligo della specializzazione in medicina generale escluda molti professionisti esperti che non hanno potuto conseguirla. Francesco Esposito, Segretario della Federazione Medici Territoriali, avverte che questa scelta potrebbe provocare un abbandono diffuso, soprattutto nelle aree montane e nei piccoli centri.

Il Ministero della Salute punta a ottenere l’approvazione definitiva dalla Conferenza delle Regioni entro fine maggio. L’obiettivo dichiarato resta quello di rafforzare la medicina territoriale, anche attraverso una nuova specializzazione con stipendi equiparabili a quelli delle altre branche mediche. Tuttavia, senza un’intesa con i medici, il progetto rischia di scontrarsi con una realtà segnata da carenze strutturali e crescente malcontento.

A cura della Redazione
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