A Las Vegas una Toyota Yaris è comparsa nei filmati di sorveglianza, ma l’intelligenza artificiale non è stata in grado di identificarla come veicolo: il progetto noRecognition, presentato dall’hacker e ricercatore di cybersecurity Bill Swearingen durante Def Con, ha mostrato come una pellicola con motivi geometrici e colori specifici possa rendere un’auto praticamente “invisibile” ai sistemi di riconoscimento automatico.
Non si tratta di magia e la vettura resta perfettamente visibile all’occhio umano: il trucco sta nel fatto che, davanti a una telecamera intelligente, l’algoritmo incaricato di interpretare le immagini non riesce più a classificare correttamente la Yaris. Di conseguenza non si attivano le procedure automatiche collegate all’identificazione, inclusa la lettura della targa. La pellicola non cancella l’auto dal video, ma indebolisce il “cervello” digitale che dovrebbe riconoscerla.
Swearingen ha costruito il progetto partendo proprio da questa vulnerabilità: il suo sistema genera pattern grafici e li sottopone continuamente ai modelli di riconoscimento, verificando quali riescano a provocare gli errori più significativi. Secondo quanto riportato da Inc., il ricercatore avrebbe effettuato circa 31 milioni di tentativi nell’arco di un anno prima di arrivare alle configurazioni più efficaci. Il sistema sviluppato da Swearingen sarebbe riuscito a produrre pattern capaci di eludere 11 algoritmi open source di rilevamento, incluso il modello utilizzato nell’esperimento con Flock.
La rete di sorveglianza Flock e il dibattito su privacy e diritti civili
Flock opera in un settore ormai enorme negli Stati Uniti: secondo TechCrunch, la società dispone di una rete di almeno 80.000 telecamere nel Paese, mentre più di 6.000 clienti utilizzano i suoi sistemi di lettura delle targhe e sorveglianza. È proprio questa crescita della videosorveglianza automatizzata ad alimentare il confronto sulla privacy.
Nel luglio 2026, per esempio, il dipartimento di polizia di Los Angeles ha lasciato scadere il proprio contratto con Flock, citando preoccupazioni relative a libertà civili, privacy e gestione dei dati. L’esperimento di Las Vegas si inserisce dunque in un contesto già molto acceso, in cui la diffusione capillare di telecamere collegate a sistemi di intelligenza artificiale solleva interrogativi su come vengono raccolti, elaborati e utilizzati i dati relativi ai veicoli e, per estensione, alle persone.
Dalle auto ai vestiti: limiti reali di una “invisibilità” relativa
Swearingen sta lavorando all’applicazione degli stessi principi anche all’abbigliamento. L’obiettivo è trasformare i pattern utilizzati sulle automobili in motivi da stampare su T-shirt, felpa e altri capi. In questo modo, la stessa tecnica potrebbe interferire con i sistemi automatici progettati per individuare le persone, portando potenzialmente alla comparsa di disegni progettati specificamente per disturbare i sistemi di computer vision, con versioni personalizzate destinate a differenti scenari e differenti modelli di riconoscimento.
Qui, però, finisce la fantascienza e comincia la parte più concreta della vicenda. Un pattern efficace contro un determinato algoritmo non garantisce automaticamente lo stesso risultato contro tutti gli altri sistemi. La presunta “invisibilità” resta dunque relativa, tecnologicamente situata e dipendente dall’algoritmo utilizzato dalla telecamera. Cambiando modello, angolazione, condizioni ambientali o sistema di analisi, l’efficacia del pattern può diminuire sensibilmente. Questo particolare impedisce di trasformare l’esperimento di Las Vegas in una scorciatoia per sfuggire universalmente alla videosorveglianza.
Ed è qui che la storia assume un significato più ampio. Per anni abbiamo immaginato la sorveglianza come una corsa tecnologica nella quale le telecamere diventavano sempre più potenti e intelligenti. Ora emerge il contrappasso: la stessa intelligenza artificiale utilizzata per sorvegliare può essere sfruttata per individuare i suoi punti deboli. Una guerra tecnologica nella quale ogni miglioramento genera inevitabilmente una nuova contromossa.
La questione non riguarda soltanto automobili, multe o targhe. Riguarda la fiducia che riponiamo nei sistemi automatici quando trasformano un’immagine in un’informazione, un’informazione in un’identità e un’identità in una decisione. La Toyota di Las Vegas, insomma, non è diventata invisibile. È diventata qualcosa di molto più interessante: un promemoria tecnologico del fatto che anche l’intelligenza artificiale, quando guarda il mondo, può prendere una cantonata clamorosa.
A cura della redazione
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